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Governo, Italicum e voto: la sconfitta di Renzi provoca il caos

Governo, Italicum e voto: la sconfitta di Renzi provoca il caos

TORONTO – Governo, legge elettorale, voto anticipato: il tracollo del Sì al referendum ha mandato in frantumi gli equilibri di potere a Roma faticosamente costruiti a partire dal febbraio 2014. La matassa politica da sciogliere è davvero ingarbugliata. Da un lato abbiamo un primo ministro dimissionario che rimarrà in sella fino all’approvazione della manovra: questione di giorni, anzi di ore, visto che il Senato potrebbe approvarla anche oggi. Con il passo indietro di Matteo Renzi, la palla passerà al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che dovrà affidare l’incarico per la formazione di un nuovo governo.

A questo punto si aprono mille interrogativi. Di certo, gli italiani non andranno alle urne in tempi brevi. È stato annunciato ieri, infatti, che la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla costituzionalità dell’Italicum il 24 gennaio: chi vuole andare subito alle urne dovrà mettersi il cuore in pace, prima della prossima primavera non se ne parla proprio, a prescindere dal giudizio finale della stessa Corte Costituzionale. Se venisse affermata la legittimità costituzionale della legge elettorale, ci troveremmo in una situazione paradossale: alla Camera si voterebbe con l’Italicum – premio di maggioranza a chi raggiunge il 40 per cento, eventuale ballottaggio se non fosse raggiunta questa quota – mentre per il Senato si voterebbe con la cosiddetta Consultellum, la legge nata dalla precedente sentenza della Consulta, in sostanza un sistema proporzionale puro.

Tradotto: chiunque dovesse vincere le elezioni, quasi sicuramente non sarà i grado di avere u-na maggioranza a Palazzo Madama. Nel caso in cui, invece, l’Itali- cum venisse dichiarato incostituzionale nei cinque punti contestati, ci ritroveremmo con il proporzionale puro alla Camera e al Senato. Con le tre grandi forze – Pd, M5S e Centrodestra – pressoché alla pari intorno al 30 per cento, ci troveremmo di fronte a gravissimi problemi di governabilità, chiunque riesca a vincere le elezioni.

Ma questi sono nodi che do- vranno essere sciolti solamente dopo il 24 gennaio. Prima, ci sono altre incombenze politiche e istituzionali da affrontare senza perdere tempo.

Per il governo, nelle ultime o- re continuano a girare i soliti no- mi: il presidente del Senato Pietro Grasso, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il possibile ricorso a un governo tecnico, fi- no addirittura a un eventuale nuovo incarico allo stesso Renzi. Che, dalla conferenza stampa post referendum alle ultime ore, ha completamente mutato i toni dei suoi interventi. Da un possibile “lascio tutto”, via dal governo, via dalla segreteria del Pd, con magari un anno sabbatico per disintossicarsi dalle tossine accumulate nei mille giorni di governo, il premier dimissionario è passato a posizioni più possibiliste.

Difficilmente lascerà la guida del Partito democratico: in fondo, il 40 per cento raggiunto al referendum, seppur insufficiente per portare a casa la riforma costituzionale, rappresenta un corposo assegno in bianco ricevuto dall’elettorato italiano. Un consenso in- negabile, spendibile alla prossima tornata elettorale. E nonostante i mugugni all’interno del partito, all’orizzonte nel Pd non vi sono alternative credibili pronte al passaggio di testimone