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Dammi uno slogan stupido e banale e avrai il mio voto

Dammi uno slogan stupido e banale e avrai il mio voto

TORONTO – Uno slogan ovvio, semplice, banale, scontato. Se prevedibile e mediocre, ancora meglio. È diventata questa la chiave per vincere un dibattito politico, o le elezioni nella nostra società occidentale. Una società troppo complessa, troppo articolata, troppo contraddittoria: serve quindi un messaggio semplice, facilmente comprensibile, un messaggio che dia sicurezza e conforto ai nostri dubbi. 
Negli ultimi anni la classe politica canadese, come quella italiana e quella americana, ha attinto a piene mani nel campionario di sparate ad effetto, frasi fatte, giochi di parole, per solleticare gli umori dell’elettorato e accaparrarsi voti.
Di recente lo abbiamo visto alle ultime presidenziali americane con Donald Trump e i suoi mantra – “Vogliamo il Muro”, “Make America Great Again” – scatole vuote prive di senso ma che ti rimangono in testa, come il ritornello di una canzonetta pop da quattro soldi che si ascolta in radio. 
Stesso discorso per le elezioni politiche del 4 marzo in Italia, dove i partiti che hanno vinto sono stati quelli in grado di parlare alla pancia degli elettori.  Ecco allora che il Movimento 5 Stelle ha ripetuto ad nauseam il “Vogliamo il reddito di cittadinanza”, salvo poi ammettere subito dopo il voto che si sarebbe trattato di un obiettivo difficilmente realizzabile. Per due mesi Luigi Di Maio non ne ha più parlato e adesso, con la possibilità concreta di tornare alle urne, lo slogan ritorna prepotentemente nel lessico politico dei grillini. Stesso discorso per le “Ruspe” di Matteo Salvini contro rom, rifugiati e migranti. Risposte semplici, stupide a problematiche estremamente complesse. Le nostre classi dirigenti hanno deciso di prendere la scorciatoia: una politica non è più frutto di una sintesi di un dibattito, ma è figlia di una frase ad effetto. 
Il dibattito di lunedì sera in vista del voto del 7 giugno in Ontario prosegue lungo lo stesso solco tracciato dai “sommi statisti” citati poc’anzi. Il livello del confronto è stato bassissimo, infimo, a tratti imbarazzante, quasi da riunione condominiale. E a prevalere nella battaglia per la mediocrità a nostro avviso è stato Doug Ford, che ha ripetuto fino allo sfinimento quattro-cinque slogan di una banalità disarmante, con Kathleen Wynne e Andrea Horwath che  hanno cercato senza riuscirci di riportare il dibattito sui fatti, dai dati, sulla realtà. 
Probabilmente alla dodicesima volta che Ford ha utilizzato la frase “Six million dollar man” – riferendosi allo stipendio monstre del Ceo di Hydro One – qualcuno, la minoranza silenziosa, avrà pure deciso di cambiare canale. Ma tanti altri avranno accolto la frase con un sorriso, condito magari da un: “Bravo Doug”. 
E sì, bravo Doug, l’hai imparata bene la lezione. Ma vorremmo ricordarti solo questo: in caso di vittoria, diventerai il premier dell’Ontario. E al governo gli slogan non servono a nulla: lì servono idee, strategie, politiche serie, dialogo, confronto costruttivo. E a volte, tesi e antitesi che si superano con la sintesi. Buona fortuna, in caso di vittoria il prossimo 7 giugno ne avrai davvero bisogno. Come tutti quanti noi, a dire la verità.