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Crisi di governo: il momento peggiore per staccare la spina

Crisi di governo: il momento peggiore per staccare la spina

TORONTO – La decisione di Matteo Salvini di staccare la spina al governo non poteva avvenire in un momento peggiore. E non tanto per gli esiti prettamente politici, quanto per gli effetti pratici che ricadranno come un macigno sulle spalle degli italiani. Bisogna comunque partire da una premessa. Il passo indietro del leader leghista certifica il de profundis di un governo che non poteva sopravvivere per tutta la legislatura.

Troppo diverse le due anime che lo componevano, troppo distanti le posizioni della Lega e del M5S sulle questioni fondamentali, sulla visione di Paese, sui valori, così come sulle priorità economiche, sulla giustizia, sulle grandi opere.

Lo stallo della crescita economica, i risultati contraddittori del reddito di cittadinanza, gli imbarazzi istituzionali sulla Tav sono solo alcuni degli altalenanti risultati di un esecutivo troppo sbilanciato su chi aveva appena il 17 per cento dei parlamentari, forte della golden share attribuitagli dai sondaggi e dalle ultime elezioni europee.

Detto questo, bisogna aggiungere che la tempistica della crisi è maledettamente sbagliata. Perché getta il Paese nel caos, tra la necessità di presentare la nota di aggiornamento del Def entro fine settembre e con la legge di bilancio da presentare in parlamento entro il 20 ottobre. Senza dimenticare che dobbiamo prepararci allo scatto delle clausole di salvaguardia, che faranno aumentare l’Iva dal 22 al 25,2 per cento: in media gli italiani dovranno pagare 570 euro in più all’anno.

C’è quindi una ragione ben precisa per la quale l’Italia repubblicano non è mai andata alle urne in autunno, a differenza per esempio del Canada dove la calendarizzazione dell’iter della manovra economica è completamente diversa. Qui infatti la Finanziaria tradizionalmente viene presentata in parlamento in primavera e la sua approvazione avviene nei mesi successivi.

Nelle diciotto consultazioni elettorali dell’Italia repubblicana, non c’è mai stato un voto autunnale: si è votato sei volte in aprile, cinque volte in giugno, quattro volte in maggio, due volte a marzo e una volta in febbraio. Un potenziale appuntamento alle urne a metà o fine ottobre rappresenta quindi un’incognita, un salto nel buio che non ha precedenti.

È comprensibile che Salvini voglia monetizzare in termini di voti il consenso guadagnato in questi mesi e confermato dalle elezioni europee, con le quali ha completamente ribaltato i rapporti di forza con i Cinque Stelle. Però sarebbe stato più prudente pilotare una crisi nelle settimane successive alla consultazione europea.

Il governo dopo l’eurovoto ha tirato avanti con polemiche quotidiane, accuse, veleni, strappi, fino alla rottura definitiva sulla Tav, che a molti però è parsa come un pretesto bello e buono costruito ad arte dal vicepremier leghista. Quando sarà formalizzata la crisi in parlamento, la palla passerà al presidente Sergio Mattarella. Che dovrà decidere se giocare l’ultima carta di un governo tecnico che traghetti il Paese al voto o se opterà per un ritorno immediato alle urne.

Entrambe le soluzioni sono ricche di incognite.

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Indovinelli
Nov Wed ,2016