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NAFTA, principi o prezzi: ottimismo per settembre

NAFTA, principi o prezzi: ottimismo per settembre

TORONTO – Flavio Volpe presidente dell’Associazione delle aziende manifatturiere della componentistica automobilistica, The Automotive parts manifacturer’s Association è stato ospite negli studi della Web-Tv del Corriere Canadese per fare il punto sulla situazione del NAFTA. Ecco cosa ha risposto alle domande rivoltegli dall’Editore del Corriere, l’On. Joe Volpe.
Sembra che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump stia snobbando il Canada, tenendolo fuori dai negoziati nell’ambito del NAFTA e trattando solo con il Messico. Ma si tratta in effetti solo di una percezione, di un gioco politico o è realtà?
“La verità è che gli USA stanno mettendo pressione al Canada, dicono di relazionarsi con il Messico solo per questioni riguardanti quel paese, come l’agricoltura in modo particolare la produzione e l’esportazione della frutta, ma parlano anche del settore automobilistico: la manifattura in Messico costerebbe meno di 16 dollari all’ora. C’è già qualche fabbrica presente che copre un 20-25% degli standard richiesti. Se il Messico decide di arrivare ad almeno il 40% della produzione raggiungerebbe la media stabilita, ma firmerebbe anche una condanna a morte per quelle 3 o 4 fabbriche che rappresentano la maggior fonte di sostentamento per alcune città canadesi nelle quali si trovano, causando una massiccia perdita di lavoro”.
Tutto ciò non dovrebbe rappresentare una minaccia per il Canada, se il Messico può garantire la manodopera a 16 dollari all’ora, quale fabbrica in Canada non può raggiungere quegli stessi standard?
“Qualsiasi fabbrica in Canada può farlo, anzi può anche raddoppiare quei livelli, questo non è un problema per il Canada e non siamo preoccupati che attualmente non sia presente al tavolo delle trattative con il Messico e gli Stati Uniti. L’amministrazione americana ha l’autorità di condurre negoziati trilateralmente, non ha bisogno dell’autorizzazione del Congresso per quelli bilaterali, è una buona tattica di negoziazione. Non è conveniente pensare ad un atteggiamento di snobbismo degli Stati Uniti verso il Canada e non bisognerebbe reagire in modo esagerato. Forse loro si stanno aspettando una cosa simile, ma noi abbiamo consigliato al governo federale di stare calmo, aggiornarsi costantemente ed eventualmente poi agire”.
Attualmente ci sono due ministri che dovrebbero seguire la questione attentamente, una è Chrystia Freeland, ministro per gli Affari Esteri. Sembra essere abbastanza competente, sembra ascoltare tutti, ma dà anche retta a voi?
“Parlo con lei spesso, conosce la pratica e la svolge molto attivamente. Ha un bel modo di trattare con gli americani e i messicani. Quando si sente che gli americani interagiscono negativamente con lei e le sue controparti, penso che queste ultime comprendano quanto lei sia forte e usano tutte le tattiche per guadagnarsi un certo vantaggio su di lei”.
Pare che voglia prendere di contropiede tutti, gli americani in particolare, prevaricando l’amministrazione e rivolgendosi al Congresso, ma non ha senso.
“Non c’è niente fatto alle spalle di nessuno. Non solo le nostre, ma tutte le aziende approvano questo suo modo di fare. Questa è un’amministrazione (quella americana, ndr) che ha causato molte situazioni d’imbarazzo, basta pensare al caso dei bambini trattenuti nelle gabbie alla dogana. Sarebbe falso attribuirle sofisticazioni nelle trattative. L’autorità di negoziare un accordo commerciale è del Congresso, l’autorità di prendere decisioni in merito è del Congresso e mi fa piacere che lei agisca verso queste direttive”.
L’altro ministro è quello responsabile delle industrie, Navdeep Bains, ma il suo nome non è stato mai fatto durante queste discussioni. È stato messo da parte, come il ministro per il Commercio Internazionale o tutto il lavoro è nelle mani di Chrystia Freeland?
“Anche con il ministro Bains parliamo regolarmente, l’ultima volta è stata venerdì scorso. Per quanto riguarda il settore automobilistico si assicura che siamo soddisfatti dei termini attuali. Il suo dipartimento è il responsabile principale per portare le informazioni al tavolo dei negoziati. Non mi aspetto che il ministro sia personalmente coinvolto nella partecipazione. Quando François-Philippe Champagne era ministro per il Commercio Internazionale, il governo ha pensato prudentemente che non era lui la persona adatta per le negoziazioni e ha chiesto al ministro Freeland di occuparsene”.
Le questioni di cui stiamo discutendo sono prevalentemente di contenuto canadese. A che punto siamo ora, visto che i dati cambiano costantemente? Automobili e componentistica vanno avanti e indietro al confine: prevalentemente quello tra Windsor e Detroit e poi anche tra Niagara Falls and Buffalo o Fort Erie. Qual è il problema principale?
“È soprattutto una questione che riguarda il Nordamerica. Il Canada vorrebbe vedere la sua produzione salire dal 62% al 75%, calcolata in base a 29 categorie di componentistica. Gli americani vorrebbero portare questo numero al doppio. Vorrebbero controllare la provenienza del ferro e dell’alluminio, usato per le parti maggiori. Per il momento hanno proposto che questi materiali siano per il 70% nordamericani. All’inizio addirittura avevano chiesto che un 85% provenisse dagli Stati Uniti. Le altre due nazioni hanno immediatamente respinto la proposta”.
Ma quanto di quel ferro e di quell’alluminio è canadese?
“La maggior parte del ferro impiegato nella manifattura della componentistica automobilistica proviene dal Canada o dalla regione dei Grandi Laghi. Se vogliamo costruire macchine a prezzi competitivi, dobbiamo usare il ferro proveniente da zone vicine. Nel nostro caso ci riforniamo prevalentemente del ferro di Hamilton, dando una grande mano all’economia di questa città e per l’alluminio dal Quebec. Mentre aspettiamo la conclusione dei negoziati del NAFTA, gli americani hanno minacciato l’importazione di alluminio dal resto del mondo con dazi del 10%. All’inizio il Canada e il Messico erano esenti, ma non soddisfatti hanno imposto anche a loro le stesse tariffe. Il Canada ha risposto di conseguenza aumentando il prezzo dell’alluminio sia locale che importato. Sono fiducioso che se concluderemo positivamente i negoziati del NAFTA, supereremo anche questi ostacoli, ottenendo di nuovo l’esenzione”.
Se la componentistica va avanti e indietro il confine per circa sette volte, a determinati costi, e se produciamo circa 2.5 milioni autovetture dei quali 2 milioni vengono poi acquistati dagli americani, significa che il danno delle spese ricade sugli americani stessi che lo causano.
“È quello che stiamo ripetendo agli americani: con l’aggiunta di un dazio è come mettere una tassa sui loro consumatori per acquistare autovetture costruite dalle loro compagnie, con il loro materiali e le loro parti. Non ha nessun senso in assoluto. Ma penso che siano al corrente, di ciò. È una tattica per mettere pressione sul NAFTA, per ottenere concessioni in altri settori come quello caseario e dei prodotti animali. Nei negoziati di accordi come il NAFTA per il Canada, il TPP (Trans Pacific Partnership) per la Corea e il Giappone – per esempio – bisogna capire che ci sono delle regole e dei costi. Un programma di governo deve pensare a costruire l’economia per il futuro. Se un programma è basato sulla continua innovazione, bisogna pensare che la nostra è un’industria tradizionale e per aver successo bisogna investire su tecnologie più all’avanguardia, come per esempio fanno il Giappone, la Corea e gli stessi Stati Uniti. Il Canada esporta 85 miliardi di dollari in componentistica automobilistica ogni anno, il valore d’investimento si avvicina a 100 miliardi di dollari. Se si acquista una parte di una fattoria casearia, il produttore ottiene una parte del valore di mercato e continua a produrre. Se invece si perde una fabbrica di assemblaggio in una cittadina torontina o di Windsor, è persa per sempre. Lo abbiamo visto negli ultimi trent’anni con i trattati di libero scambio, come in politica abbiamo dei principi, nei negoziati ci sono dei costi. Il valore degli investimenti nel settore automobilistico e nelle nuove tecnologie rappresenta ciò sul quale si basa il benessere del futuro e delle nuove generazioni”.
Quindi se tutte e tre le nazioni sono d’accordo e lo sono anche i rispettivi residenti, non ci sarebbero problemi per un’importazione competitiva.
“Esatto. Perché si creerebbe la condizione ideale per proteggere il Nordamerica. Costruiamo 17 milioni di autovetture nella regione, ne acquistiamo 20 milioni: siamo i consumatori con il maggior reddito disponibile nel mondo. Se riduciamo i costi come abbiamo fatto negli anni non ce profitto per nessuno. Se si aumentano i prezzi e si fanno affari nei limiti, dando a tutti un’opportunità, tutti in Nordamerica ne avrebbero beneficio”.
Abbiamo avuto un caso poco fa, dove i produttori automobilistici coreani hanno investito in Canada per entrare in quel mercato perché era troppo costoso portare le loro autovetture già fatte, fin qua e anche le tariffe erano alte.
“Basta considerare quanto profitto abbiano fatto la Toyota e la Honda, guadagnando in questo mercato. Hanno ripagato lo scambio anche nei loro paesi, offrendo un prodotto competitivo e i consumatori canadesi e statunitensi garantiscono un margine positivo di guadagno”.
Per concludere, ci sarà la firma di un accordo nell’ambito del NAFTA in tempi brevi, ora che in Messico c’è anche nuova amministrazione?
“Vedremo cosa succederà a settembre. C’è una possibilità molto buona di concludere positivamente le trattative del NAFTA. Se ciò non si risolverà per la fine di settembre, si arriverà al metà mandato dell’amministrazione Trump. E se i repubblicani perderanno la maggioranza e la conquisteranno i democratici, l’idea che il NAFTA 2.0 venga ratificato diminuisce e si avranno altri accordi costituzionali. Non sono sicuro se noi saremo presenti al tavolo dei negoziati”.

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