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I premier vogliono riaprire, ma servono cautela e prudenza

I premier vogliono riaprire, ma servono cautela e prudenza

I premier vogliono riaprire, ma servono cautela e prudenza

TORONTO – In mezzo a tanti dubbi partiamo da una certezza: saranno gli scienziati a sconfiggere il Covid-19 e non i politici. Le armi che abbiamo a disposizione fino a questo momento sono poche, ma se adoperate con attenzione sono anche tremendamente e‘caci: il distanziamento sociale e il rimanere a casa più tempo possibile.

La catena del contagio, in assenza di un vaccino o di una terapia sicura, lo si spezza solamente stando lontani gli uni dagli altri, un tremendo e crudele pedaggio che dobbiamo pagare tutti quanti a questo coronavirus.

Di fronte a questa situazione, negli ultimi giorni stanno aumentando le pressioni per arrivare anche qui in Canada a una ripartenza più o meno piena dell’economia, alla riapertura di esercizi commerciali e centri produttivi non essenziali.

I premier delle province meno colpite dalla pandemia stanno pianificando una tabella di marcia per ripartire. Il Manitoba (appena 2 nuovi casi nelle ultime 234 ore) e Prince Edward Island (zero casi nell’ultima settimana) premono per il rilancio dell’economia.

Ieri il premier del Saskatchewan Scott Moe è andato oltre, annunciando un piano in 5 fasi che inizierà il 4 maggio, con la riapertura di alcune attività: dentisti, ottici, chiropratici. Dal 19 maggio, invece, riapriranno i negozi di vestiti, le gioiellerie e i parrucchieri.

Segnali in questo senso arrivano anche dalle due Province canadesi maggiormente colpite dalla pandemia.

In Quebec François Legault ha confermato che il governo della provincia francofona sta sviluppando un piano dettagliato per la graduale riapertura che comprende anche esercizi commerciali non essenziali, asili e scuole. La tempistica, ha detto il premier, sarà resa nota a breve.

Nel frattempo sappiamo che in Quebec solamente ieri si sono registrati 837 casi e 109 nuovi decessi, per un totale di 20.126 contagiati e 1.134 morti dall’inizio della pandemia.

In Ontario Doug Ford, non più tardi di mercoledì, in mattinata ha fatto sapere che il governo guarda al Victoria Day Long Weekend, il 18 maggio quindi, per la possibile riapertura dell’economia, salvo poi fare dietrofront nel pomeriggio, dicendo che si tratta di discorsi del tutto ipotetici condizionati dal futuro sviluppo del contagio.

Ieri in Ontario sono stati annunciati altri 634 casi – nuovo record per la provincia – e 54 morti, che portano il bilancio complessivo a 12,879 casi e 713 decessi. Non sembrano cifre molto incoraggianti, sommate al fatto che in tutto il Canada si stanno facendo pochissimi tamponi rispetto al resto del mondo.

Questo comporta una comprensione molto parziale dello sviluppo della pandemia nel nostro Paese. Abbiamo in mano una fotografia sfuocata, nella quale non possiamo vedere i singoli particolari ed è anche per questo che servirebbe prudenza. Prudenza che viene predicata dalla stragrande maggioranza del mondo scientifico qui in Canada come negli altri Paesi.

A prescindere dalla diversità contingente delle singole realtà statali, Theresa Tam, Barbara Yaffe, David Williams in Canada, Massimo Galli, Giovanni Rezza e Roberto Burioni in Italia, Anthony Fauci negli Stati Uniti lanciano lo stesso identico messaggio: cautela con la riapertura affrettata, iniziamo a pianificare con prudenza la Fase 2 ma anche la Fase 3, e soprattutto aspettiamoci una seconda ondata del Covid-19 in autunno, contemporaneamente al ritorno della normale stagione influenzale.

A Wuhan – anche se è necessario prendere con le molle i dati che ci arrivano dalla Cina – il lockdown è durato 76 giorni e ancora adesso la vita nella metropoli cinese è ben lontana dalla normalità pre-coronavirus.

Sarebbe un errore per noi fare mosse affrettate, così come sarebbe grave che la nostra classe politica decida di non ascoltare più gli input che arrivano dai virologi e dagli epidemiologi. In questo caso la guerra contro il Covid-19 la perderemmo di sicuro.