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Sistema perverso di quote nel piano di Hussen

Sistema perverso di quote nel piano di Hussen

TORONTO – I numeri provenienti da Refugees e Immigration Canada sono sconcertanti nella migliore delle ipotesi.

Sono sempre stati motivo di dibattito, ma non sono mai stati così indicativi del vuoto che passa per “logica” dietro l’agenda demografi ca che sostiene i numeri.

Per cominciare con piena divulgazione, il Corriere Canadese è un quotidiano in lingua italiana. Riflette una prospettiva atlantista (vale a dire, l’orientamento europeo), e più specificamente una connessione con l’Italia, da cui hanno origine oltre 1,5 milioni di canadesi.

La verità è che non siamo estranei allo sviluppo di questo paese, essendo stati una parte significativa nel “costruirlo da zero”. Quindi ci siamo guadagnati il diritto di poter fare delle osservazioni..

Alcuni saranno sorpresi di scoprire che gli italiani erano parte integrante della prima esplorazione e insediamento di quel territorio che divenne la Nuova Francia, successivamente le colonie di Sua Maestà e poi la Federazione piu’ o meno attuale.

Insieme ai cinesi, furono i più numerosi lavoratori nella costruzione del Canadian Pacific Railway che univa fisicamente il nuovo paese.

Nella zona di Toronto, il Ward brulicava di italiani alla fine del 1800.

Riconosciuti per la loro dedizione alla famiglia e dotati di un’invidiabile etica del lavoro, sono stati parte integrante dei progetti infrastrutturali e di industrializzazione dell’epoca – e in questo secolo.

Purtroppo, non erano estranei a ricevere pregiudizi e discriminazioni.

La mentalità colonialista della maggioranza dominante anglo-celtica scoraggiava attivamente il loro arruolamento nelle “forze canadesi” durante la prima guerra mondiale.

Nella seconda guerra mondiale, nonostante fossero dichiarati alieni nemici, molti si o¢ rirono volontari per combattere all’estero. Sono stati stoici per non dire altro. Nel dopoguerra, decine di migliaia di giovani famiglie lasciarono l’Italia per unirsi alla creazione di un sogno canadese fino a quando il miracolo economico degli anni Sessanta spinse l’Italia nelle categorie d’élite delle nazioni industrializzate.

Per un po’, il torrente dell’immigrazione si trasformò in un rivolo fino a quando Pierre Elliot Trudeau (PET) lo spense completamente.

La cosidetta “Quiet Revolution” del Quebec dell’epoca non conquistava il cuore degli italiani che erano venuti in Canada e che preferivano i vantaggi di un “ambiente canadese”, cioe’ meno provinciali.

Dopo i tumulti scolastici a St. Leonard e le pressioni dei terroristi separatisti francofoni dei primi anni Settanta, il governo di PET decise di effettuare una revisione completa del sistema di immigrazione canadese. Quel nuovo sistema non includeva il reclutamento di europei.

Brian Mulroney, il suo sostituto negli anni Ottanta, modifico’ leggermente il sistema per introdurre una classe di immigrati imprenditoriale/investitrice – quasi esclusivamente prendendo di mira un’ansiosa classe di uomini d’affari di Hong Kong che cercava di ottenere “una garanzzia” nel caso della consegna dell’isola ai cinesi.

È interessante notare che, contemporeanamente, per placare il Quebec e ottenere il suo consenso al tentativo di riforma costituzionale – il fallito Accordo del Lago Meech – offriva che l’immigrazione procedesse al passo con il carattere allora demografico del paese.

Il Quebec otterrebbe l’accesso a circa il 25% del serbatoio di potenziali immigrati. Dovrebbero essere francofoni … preferibilmente francesi. Un “sistema di quote” si insinuò furtivamente.

I ministri dell’immigrazione nelle ultime due amministrazioni (conservatore e liberale) hanno aggravato il disordine che ne risulto’ con i loro progetti pilota “on-again, off-again”, requisiti linguistici dettati da programmi linguistici inaffidabili stabiliti da autorità straniere e generalmente indifferenti al danno collaterale che rappresentano gli attuali 1.000.000 di lavoratori senza documenti e le loro famiglie.

Nel primo mandato di Trudeau II, circa il 60% di tutti gli immigrati proviene da tre paesi asiatici. Nei primi tre trimestri di quest’anno, il 25% di tutti gli immigrati proveniva dall’India.

Bisogna scorrere vicino alla fine dell’elenco dei paesi di origine prima che un europeo che non provenga dall’Inghilterra o dalla Francia superi l’1%.

Il Canada ha bisogno di più persone. Il Corriere ha sempre sostenuto che la crescita è un obiettivo economico desiderabile e che non può avvenire senza la “massa critica” di una popolazione adeguata a sostenere la produzione e il consumo.

La nostra opinione non gode dell’unanimità. Detto questo, sembra che, almeno in questa amministrazione, non vi sia spazio nel suo “sistema di quote” per uomini e donne relativamente giovani, istruiti e qualificati che lasciano l’Europa mediterranea per altri luoghi. Più specificamente, dall’Italia.

Negli ultimi cinque anni, circa 120.000 italiani (principalmente di età compresa tra 19 e 45 anni) hanno lasciato il loro paese. Ciò equivale alla popolazione di Thunder Bay in Ontario in movimento ogni anno. Tuttavia, comprendono meno dello 0,4% degli immigrati ammessi in Canada.

Ci deve essere una logica di politica pubblica che sfugge al Corriere.

Si tratta di potenziali immigrati qualificati, facilmente integrabili in un ambiente socio-economico, secolare/cristiano in piu’ o meno familiare per i suoi 1,5 milioni di canadesi con un patrimonio culturale simile. Il sistema di quote li esclude. A svantaggio del Canada.

È tempo di cambiare il ministro (Hussen) prima che questo diminuisca il suo Leader e il suo Partito.

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