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Media e giornali del mainstream e la tentazione della cultura del sospetto

Media e giornali del mainstream e la tentazione della cultura del sospetto

Media e giornali del mainstream e la tentazione della cultura del sospetto

TORONTO – Sono cresciuto leggendo il Globe and Mail e il Corriere Canadese. Il primo non è sempre stato gentile con i canadesi più recenti, soprattutto per gli italocanadesi. Le sue critiche spesso alimentavano stereotipi negativi, emarginando ulteriormente le comunità emergenti e ritardando il processo di integrazione vitale per la forza dell’insieme canadese.

Il fatto che i suoi giornalisti/ scrittori/editori mostrassero tipicamente abilità di scrittura un gradino superiore a quelle dei loro concorrenti (il Daily Star, il Telegram, poi il Sun e il National Post) non ha addolcito il rimprovero pungente del loro mirato “giornalismo investigativo” né reso più appetibile le condanne [non sempre] velate di coloro che erano essenzialmente “roadkill” (parola inglese che indica animali vittime di incidenti stradali) nel tentativo di ottenere vantaggio competitivo rispetto alle agenzie di stampa rivali.

È il 2020 e “roadkill” vengono descritti come “danni collaterali”. Il 13 febbraio, il Globe ha elaborato una storia lunga tre pagine, descrivendo in modo dettagliato le discutibili pratiche commerciali dei protagonisti di una società edile relativamente piccola nel settore delle costruzioni, Bondfield Construction. Però si tratta di un’azienda privata, italocanadese, in grado di aggiudicarsi appalti di infrastrutture pubbliche.

È già palese che Bondfield ha chiesto e gli è stata concessa la protezione giudiziaria nell’aprile 2019. L’autoproclamato ”Giornale Nazionale del Canada” aveva riferito le sue prestazioni su progetti finanziati con fondi pubblici, con la consueta attenzione, fino a quando la sua segnalazione non ha attirato una causa per diffamazione da Bondfield (2018-2019) per 125 milioni di dollari.

Come la procedura fallimentare, questa querela è ancora dinanzi ai tribunali. In altre parole, la storia del 13 febbraio non è come si suol dire “breaking news”, cioè, nuova notizia.

Tuttavia, un membro del suo personale, parlando in condizione di anonimato, ha riconosciuto che il Globe ci lavorava da mesi e che avrebbe costretto la sua squadra di scrittori assegnati, redattori e giornalisti investigativi a “eseguire tutto dagli avvocati” prima che fosse presa la decisione di pubblicare.

Capito. Va bene. Allora cosa stavano ricercando?

Una storia del 19 dicembre 2019 nel Daily Commercial News (rivista settoriale) sottoscritta da un certo Construct Connect, ha riferito che circa 80 milioni di dollari di fatture presumibilmente fasulle erano state scoperte dal verificatore nominato dalla Corte, Ernst Young LLP.

Da quel punto, sembra che la tessitura nella storia raccontata nel Globe abbia preso l’aspetto di un intreccio di offuscamenti e intrighi legando presunti elementi criminali provenienti dai “sindacati” ebraici newyorkesi esperti in riciclaggio di denaro e gioielli, con narcotrafficanti albanesi e con i settori di costruzioni e finanza (di origine italiana, si intende) di Toronto.

Quella idiota di politica proveniente da un paese assolutamente sconosciuto nella metà meridionale dell’emisfero occidentale ha proclamato, la scorsa settimana, che la criminalità è nel DNA italiano.

Roba di Hollywood e della Dolce Vita: droga, donne generose e disponibili, auto costose velocissime e alquanto disponibili, “rocking e rolling”, soldi da bruciare e “istituzioni corruttibili” – tutto a portata di mano. E la storia “appare” sempre più legittima come più persone sono coinvolte in una ragnatela squallida di inganno e falsità. Aggiungendoci poi la parola “italiani” nel mix e il prodotto diventa fumante, licenzioso il cui fascino è diffcile resistere.

L’aspetto salace di tale racconto, è reso più credibile per la presenza del lavoro forense di Ernst Young LLP e di altre “agenzie verificatrici” menzionate nella storia: il Dipartimento della Giustizia USA, il Financial Transactions and Reports Centre of Canada (FINTRAC) e l’RCMP.

Non si è verificata mai nel DNA del Corriere Canadese – e soprattutto sotto la tutela dell’attuale gestione – una predisposizione a giustificare un comportamento illegale o addirittura “non etico”. Bondfield ha un vero e proprio esercito di avvocati e commercialisti pronti a proteggere i suoi interessi, il suo marchio e la reputazione dei suoi principi.

Altrettanto la IC Savings, l’altra società “ItaloCanadese”, fra l’alto l’unico istituto finanziario canadese, almeno nella GTA – citata nella storia Globe. Come notato sopra, il Globe è già in tribunale con Bondfield. Le accuse (non ancora esaminate, molto meno provate in Tribunale) documentate nella storia del Globe suggeriscono che IC Savings potrebbe essere la chiave per il movimento e il riciclaggio di fondi le cui origini non sarebbero chiaramente legittime. Tipicamente questi fondi sono collegati ad attività relative a traffico di droga o di esseri umani o di attività di natura così sensibile che i depositanti preferiscono effettuare depositi in contanti per nascondere la loro fonte.

Chissà? Nulla deve ancora essere dimostrato in un tribunale. Ma nella Corte dell’opinione pubblica – la “percezione del vicino” – il principio legale e diverso: si è colpevoli fino a prova contraria.

L’articolo Globe fornisce istantanee di molti depositi: ciascuno di essi per un importo di 9.000 dollari (in pile di banconote da 20 dollari secondo il Globe, tutti da una filiale ICS, a Vaughan).

Il lettore non può fare a meno di dedurre i suggerimenti negativi su quel depositario che potrebbe essere consapevolmente impegnato in qualcosa di spiacevole; peggio, che l’IC Savings potrebbe essere un fattore abilitante sia per progettazione che con un approccio casuale alla segnalazione, contrariamente a quanto richiesto dalla legge (nazionale e internazionale), alla FINTRAC.

“Mi rifiuto di speculare sul motivo per cui il Globe ha ritenuto rilevante portare IC Savings nel discorso in questo modo”, ha detto Fausto Gaudio, CEO di IC Savings. “Siamo tenuti a segnalare i depositi – indipendentemente dalla fonte – e non siamo mai stati in inosservanza”.

Né l’IC Savings né, del resto, FINTRAC (responsabile dell’indagine sulla legittimità dei depositi di istituti finanziari), può commentare l’accuratezza delle domande relative alle attività dei titolari di conti.

“Ci troviamo tra le rocce e l’abisso del mare blu’”, si lamenta Gaudio, “se commentiamo [sui nostri depositanti], saremmo in violazione della legge che ci impone di sostenere la privacy dei titolari di account, se non lo facciamo, rischiamo di abbandonarci a delle accuse – infondate, fino a quando i tribunali decideranno il contrario – che potrebbero potenzialmente danneggiare la nostra reputazione aziendale”.

Sam Ciccolini, presidente di IC Savings, respinge le accuse in modo deciso. “Abbiamo un protocollo robusto che i nostri addetti sono costretti a rispettare al [massimo] sulle procedure da osservare”, afferma, “riportiamo a FINTRAC, come richiesto. Spetta poi a loro di condurre le indagini ed investigazioni.”

La nostra impresa è onesta e trasparente, ha aggiunto, “dico ai miei 140 lavoratori e agenti che se mai sentono di dover mentire per Ciccolini, dovrebbero cercare un altro lavoro. L’RCMP è venuto [in IC Savings], ha condotto la sua “dovuta diligenza” e ci ha conferito “uno stato di buona salute”.

Negli ultimi vent’anni, IC Savings ha avuto solo una reputazione incontaminata”, ha affermato Gaudio. Mi chiedevo perché gli editori di Globe abbiano scelto di non menzionare che l’ex Chief Justice l’On. Frank Iacobucci fa parte del loro consiglio di amministrazione.

Nota ai lettori: Il Corriere non ha una relazione personale con nessuna delle entità o delle persone menzionate in precedenza. Abbiamo provato a contattare l’ex magistrato Iacobucci, ma al momento in cui siamo andati in stampa non avevamo ricevuto risposta.

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