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L’Inghilterra segue le pratiche politiche dei coloni

L’Inghilterra segue le pratiche politiche dei coloni

L’Inghilterra segue le pratiche politiche dei coloni

TORONTO – Interessanti drammi politici ieri in Europa.

Due delle maggiori economie e dei fondatori delle istituzioni democratiche occidentali nel mondo – Italia e Gran Bretagna – hanno gestito le crisi interne in modo diverso, andando in direzioni opposte.

Ironia della sorte poche ore dopo un vertice del G-7 a cui entrambi hanno partecipato. Che ci crediate o no, il Canada figura in primo piano in entrambi.

La Lega italiana, un partito di destra (autonomia pro-regionale, sovranista, secessionista, separatista), con il sostegno degli elettori del 17% alle elezioni generali dello scorso anno, ha cercato di incassare quello che sembrava essere un crescente supporto populista per la loro retorica “scava delle trincee , costruire le mura, incolpare l’Europa”.

Durante l’ultimo referendum canadese, nel 1995, la Lega (allora Lega Lombarda) inviò delegazioni di osservatori per valutare come il Bloc Quebecois e il suo omologo provinciale, Parti Quebecois, gestivano la campagna per la secessione e come gestire gli eventuali risultati.

Nel sistema parlamentare canadese, dove chi prima supera il traguardo, il vincitore, prende tutto, il paese è sopravvissuto al voto referendario – a malapena – grazie a 55.000 elettori etnici. Il movimento secessionista si è placato, solo per essere ripreso da populisti di destra che minacciano il suo risveglio se non riescono a farsi strada.

Nel sistema proporzionale italiano – in cui il principio di base della governance è la “condivisione del potere” – il regionalismo, l’autonomia, la sovranità – sono una minaccia sempre presente alla stabilità. Tale minaccia è amplificata dalle interrelazioni che il Paese deve mantenere con l’Unione Europea e i Paesi che la compongono. Tali relazioni sono vincolanti per questioni commerciali, politiche, militari e di rifugiati, tra gli altri.

Da qui il sospiro di sollievo che la mossa oltraggiosa della Lega per indurre alle elezioni anticipate – che la Lega aveva buone probabilità di vincere e ottenere per il suo leader desideroso di “poteri per chiudere i porti, erigere muri e iniziare il processo per uscire dall’Europa” – non sia riuscita.

Il grido di protesta dei i parlamentari e del presidente, Sergio Mattarella, era e continua ad essere il “rispetto per le istituzioni”, in altre parole, l’osservanza del processo parlamentare e della Costituzione.

L’ex primo ministro Matteo Renzi l’ha messa più o meno così: oggi ciò che sembrava impossibile un mese fa è ora una realtà per coloro che credono che la politica dovrebbe riguardare il discorso civile e non un forum velenoso per vomitare un velenoso odio verbale. L’Italia e l’Europa hanno “evitato un proiettile”, per ora.

La Gran Bretagna sembra essere diretta nella direzione opposta. Il burrascoso Brexiter, ora Primo Ministro, Boris Johnson, è determinato a condurre la Gran Bretagna in uno “splendido isolamento del passato”, inaugurando a ogni costo un’uscita dall’Unione europea, compresi i potenziali voti secessionisti dell’Irlanda del Nord e della Scozia.

Ha già iniziato a vedere la cancellazione di progetti a lungo termine da parte di società globali, il trasferimento altrove di altri, un collasso virtuale del valore della sterlina rispetto alle principali valute e l’emergere di messaggi sociali odiosi contro la libera mobilità di beni, servizi e , soprattutto, di persone.

Gli immigrati europei abituati alla libera circolazione in cerca di impegno lavorativo non saranno più i benvenuti in Gran Bretagna. Suona familiare?

Johnson ha visto un aumento della popolarità personale nell’ultimo mese, il che suggerisce che potrebbe vincere la maggioranza in elezioni anticipate. Potrebbe trasformarlo in un “referendum” sulla Brexit.

Piuttosto che negoziare in Parlamento o presentare il suo piano al Parlamento, ha deciso di offrire una “proroga” della Camera fino al 14 ottobre, due settimane prima che la Brexit sia programmata per arrivare, come potrebbe succedere. Ha colto di sorpresa tutti, compresa la stampa inglese: in Inghilterra non si fa così; è quello che fanno i coloniali inglesi.

L’ex primo ministro canadese, Stephen Harper, che stava affrontando una simile sconfitta alla Camera dopo le elezioni del 2008, prorogò l’apertura della Camera dei comuni per evitare un voto di sfiducia. Non avrebbe mai dovuto essere autorizzato a cavarsela, ma un Governatore generale malleabile in quel momento permise quello che era essenzialmente un colpo di stato. Johnson ha leggermente perfezionato la manovra; ha comunicato che la proroga avrà luogo il 6 settembre. Se prima verrà sconfitto in Aula, indirrà le elezioni.

Basta coi dibattiti sulla Brexit o altro. È sicuro che vincerà entrambi i voti, indipendentemente dai mercati azionari, dai commercianti di denaro, dagli 1,3 milioni di cittadini che hanno firmato una petizione anti- Johnson a poche ore dall’annuncio o dalle centinaia di migliaia di loro che hanno iniziato a scendere in piazza nelle proteste.

Non esiste un documento unico “fisso” che guidi il governo monarchico costituzionale britannico. La regina ha acconsentito alla manovra.