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Covid-19 vittime, parte III – “Un senso di prospettiva e di giudizio”

Covid-19 vittime, parte III – “Un senso di prospettiva e di giudizio”

Covid-19 vittime, parte III – “Un senso di prospettiva e di giudizio”

TORONTO – Il Novel Coronavirus (Covid-19) è una vera e propria malattia in termini di scienza medica, in grado di uccidere il corpo umano senza pietà. Il nostro, per essere più precisi. È meglio non essere infettati. Come virus appartenente al gruppo H1N1, è particolarmente aggressivo. Lavatevi le mani. Evitate di toccare persone o cose su cui il virus potrebbe essersi attaccato perché non sappiamo chi o cosa sia un vettore e per quanto tempo il virus sopravvive, dove si attacca. In breve, bisogna essere cauti.

Ma non accettate le cose per il loro valore nominale. Anche questo è un valore radicato nella nostra mente, che ci ha ben servito per secoli, anche come “viviamo il momento” – per così dire. La paura, con moderazione, è una cosa sana. Senza moderazione (un’abbondanza di cautela) la paura si trasforma rapidamente in paranoia. Sembra pazzesco.

Per quanto pazzesco sia, la velocità con cui abbiamo abbandonato ogni attaccamento ideologico al modo in cui spendiamo i nostri soldi ed a ciò che abbiamo accettato come solide pratiche nelle preparazioni del bilancio del governo. I Partiti Politici si sono definiti in termini di responsabilità individuali e sociali, associate a quanto bene ci prendiamo cura della nostra ricchezza economica: evitare il debito [perché sempre di•fficile da gestire] e rimanere fuori dal deficit (assunzione di altri prestiti per gestire il debito).

La paranoia è diventata la nuova normalità. Chi avrebbe mai immaginato che gli USA, guidati da Donald Trump, avrebbero speso 2,2 trilioni (9mila miliardi) di dollari in strategie per “combattere il Covid-19”? Non tutto quel denaro è destinato per trovare una cura. Ma, visto che stiamo contando, quella somma è pari al 10% del PIL nazionale statunitense. Tre volte l’importo del bilancio annuale per la Difesa del Paese, che a sua volta eguaglia quanto gli altri dieci Paesi maggiori spenditori per gli armamenti militari, ogni anno.

È il 5% in più del PIL annuo dell’Italia, l’ottava potenza economica del mondo, e il 22% in più del PIL del Canada, la decima economia del mondo. In altre parole, il bilancio federale degli Stati Uniti per la lotta contro il Covid-19 sarebbe su•fficiente a fornire a 60 milioni di italiani la qualità e il tenore di vita di cui hanno goduto sino a tre mesi fa, per un intero anno e più.

Ma siamo in Canada. Il 10 marzo, un governo federale “prudente” annunciò spese per 1 miliardo di dollari (valuta canadese) in misure percombattere il Covid-19. Tre settimane dopo, la somma è salita a oltre 110 miliardi di dollari.

L’anno scorso (un anno elettorale) il governo aveva preventivato spese per 356 miliardi di dollari, incluso un deficit di 19,6 miliardi di dollari. Le spese supplementari proposte in questi giorni significano che il Canada ha aumentato il suo bilancio di poco meno del 30%, somma sorprendente e senza precedenti.

Più vicino a casa, il governo dell’Ontario, rimasto su di un deficit “ingestibile” (da 5 a 15 miliardi di dollari) – lasciato dal precedente governo – ha ora annunciato uno stanziamento da 17 miliardi di dollari (un aumento dell’11% rispetto al piano di spesa previsto lo scorso anno) – denaro che non ha – per aiutare la gente dell’Ontario durante questa crisi.

Quali sono tutte queste spese che mirano a limitare i danni collaterali del Covid-19? Algoritmi (estrapolazioni dai dati disponibili) ottenuti calcolando le segnalazioni dei contagi confermati – di chi si è sottoposto al tampone – e dei deceduti. Questi sono validi solo quanto il campione demografico da cui dipendono.

In Canada, il campione demografico probabilmente ha un’applicabilità relativamente limitata perché sono stati fatti pochissimi tamponi. I 7.400 casi confermati rappresentano un tasso di contagio di 7,4 ogni 37.500 abitanti. I defunti (89) sono solo lo 0,012% delle persone infette. In Ontario, i casi confermati sono 1.966, su una popolazione totale di 14.500.000.

L’Italia ha testato in modo aggressivo (ma più con gli “anziani” l’età media degli esaminati è di circa 63anni). I 102.000 identificati finora rappresentano un tasso di contagio di 102 ogni 60.000. I numeri non sono così rassicuranti per gli anziani. Il 48% di quelli testati in un campione di 481 in Lombardia sono morti.

In Germania, il campione testato demografico è più giovane (età media 45 anni) quindi i risultati di recupero fanno ben sperare risultati più positivi. Vari virologi ipotizzano che questo possa spiegare il loro numero relativamente piccolo con conseguente mortalità. Anche qui quelli contagiati dal virus rappresentano appena un numero di 62, su 80mila. Se i numeri che escono dalla Cina significano qualcosa, il tasso di guarigione di coloro i quali si rivelano positivi quando vengono testati è 91,6%. Gli Stati Uniti, che fino a due settimane fa non stavano facendo praticamente nessun test hanno sino ad ora registrato un tasso di contagi confermato a 162 per 340.000 (81 per 170,000).

Questa è la nuda verità rappresentata dai dati che ci hanno catapultato in una dimensione completamente nuova di comportamento, sia sociale che economico. Non ho fatto il vaccino antinfluenzale lo scorso autunno. Probabilmente è troppo tardi, ma se sopravvivo a questa stagione, e c’è un vaccino disponibile nella prossima stagione, lo farò. Qualcuno deve rimanere per pagare le interruzioni del nostro ordine economico. La mia generazione ne è ormai pratica.

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