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«Quando i figli non sono più nostri» (Seconda Parte)

«Quando i figli non sono più nostri» (Seconda Parte)

«Quando i figli non sono più nostri» (Seconda Parte)

di Lino Sartori

Riprendo la riflessione sul tema che abbiamo interrotto qualche settimana fa, cioè l’esperienza che molti genitori fanno dell’estraneità dei propri figli. Dicevamo che arriva un certo punto della crescita dei nostri figli in cui sperimentiamo amaramente che quello o quella “non è più nostro figlio, non è più nostra figlia”. Perché? Che cosa è successo? A parole è facile dirlo: è successo che, da quando quel figlio o quella figlia hanno cominciato a vivere esperienze diverse da quelle familiari, nella loro vita sono entrati altri messaggi, spesso altri maestri o, comunque, altri esempi che hanno avuto maggiore forza di attrazione sui figli di quanto non ne abbiano avuto i quotidiani, pazienti e spesso ripetitivi insegnamenti, richiami, esempi dei genitori. Ebbene, di fronte a questi fatti, che – ribadisco – accadono anche nelle migliori famiglie, come ci si deve comportare?

Mi permetto di dare qualche suggerimento, ben consapevole che in questa materia nessuno è nato maestro e ne sono tanto più cosciente in quanto proprio ieri sera, alla messa prefestiva in una chiesa dei Carmelitani della mia città, un anziano frate mi ha detto, senza troppi giri di parole: “Noi eravamo dieci tra fratelli e sorelle e tutti, appena è stato possibile, siamo fuggiti dalla nostra famiglia proprio per non stare con i genitori”. A pensarci bene, è una frase tremenda!

Io, almeno, la vivo come una cosa tremenda: sarà perché al rapporto tra genitori e figli dedico il meglio – così almeno mi pare – della mia vita, oppure perché ho vissuto il dramma prolungato dell’emigrazione di buona parte della mia famiglia in tempi in cui emigrare era quasi un obbligo, ma anche perché da oltre un decennio vivo l’esperienza di avere tre figli in tre diversi continenti di questo mondo.

Per tutte queste ragioni mi rifiuto di seguire quel frate carmelitano nel suo ragionamento. Dunque, come comportarsi con figli che sono sempre più “figli del mondo”? Il mio primo suggerimento è di cercare di capire: non giudicare né lamentarsi, ma capire. Capire che cosa? Capire che il mondo è davvero cambiato profondissimamente e velocissimamente negli ultimi trent’anni e quindi le idee che noi ci eravamo formate, anche attraverso la nostra educazione, non reggono più di fronte alle mutate situazioni. È come se volessimo continuare ad indossare le scarpe di quando eravamo più giovani: non calzano più: punto e basta! Proviamo a fare una sola considerazione.

Da qualche anno ai bambini della prima santa Comunione vengono regalati telefonini di una potenza tale che quei piccoli è come se avessero in mano una bomba che non sanno controllare. Loro sanno giocare con quello strumento, ma non lo sanno controllare. Ebbene, come fanno i genitori a sapere con chi “ciattano” o si “linkano” i loro figli? Il fatto è che a creature ancora immature vengono date le chiavi per accedere a qualunque luogo di questo mondo, bello ma anche brutto, sano ma anche pervertito, corretto e onesto ma anche malvagio e scostumato. Allora? A questo punto non resta che una sola cosa che i genitori “devono” fare: prima di tutto essi stessi devono divenire consapevoli delle potenzialità degli strumenti che vengono messi in mano ai figli e dare essi l’esempio di come si debbono adeguatamente usare quegli strumenti.

Mi spiego con un altro esempio. Recentemente sono stato, per ragioni di lavoro, a Roma con il treno ad alta velocità: poco meno di 4 ore per raggiungere la capitale dell’Italia, quando un tempo ne impiegavo almeno il doppio. Ebbene, accanto a me era seduta una famiglia “classica”: padre, madre, figlia e figlio, questi ultimi tra gli otto e i dieci anni.

Ebbene, durante tutto il tragitto non c’è stata una sola parola, dico una sola, tra i quattro componenti di quella famiglia, perché ciascuno aveva in mano il proprio telefonino, ovviamente di ultima generazione.

Domandiamoci: da chi deve partire il primo esempio sul modo corretto di usare quei “giocattoli”? Secondo e, per ora, ultimo suggerimento: i genitori devono mostrare ai figli che esistono tantissime altre esperienze belle, accattivanti, affascinanti che possono essere fatte e possono sostituire egregiamente il mondo dei telefonini: ma, ribadisco ancora, è compito dei genitori allargare le esperienze dei propri figli. In altre parole, oggi il compito educativo dei genitori è assai più sfidante, impegnativo ed esigente di quanto non lo sia stato nelle precedenti epoche.

Oggi essere genitore vuol dire davvero, non a parole, assumersi sotto la propria responsabilità la crescita educativa, valoriale, ideale dei figli. Allora, la domanda “Che fare quando i figli crescono”, ha una sola risposta: “Occorre che i genitori aumentino il proprio sforzo educativo”. Essi stessi devono crescere in capacità educativa, altrimenti non possono lamentarsi se i figli non sono più “i loro figli”.

Un saggio proverbio delle mie parti così dice: “quando cala la luce del sole, non lagnarti perché non ci vedi; piuttosto accendi una lampadina”! Vale, e quanto!, anche nel compito educativo dei genitori: così almeno sono convinto io.

(Venerdì 16 settembre 2016)

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