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Impariamo ad attendere

Impariamo ad attendere

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di Lino Sartori

Osservando la vita dei nostri giorni, e non da adesso ma da qualche decennio, mi sembra di capire che vi è una malattia, diffusa più dell’influenza che ogni anno colpisce le nostre popolazioni: è la malattia della fretta. In questi anni non sappiamo più attendere; tutti hanno fretta e sempre più fretta.

Se volete una immagine perfino spettacolare di questa smania, basta pensare al cosiddetto black Friday, che segna la stagione delle spese pazze da parte di molte persone: una corsa spasmodica agli acquisti, che gli psicologi chiamerebbero compulsiva, cioè talmente incontenibile da generare addirittura un malessere fisico se non si entra in un negozio a fare shopping. Oppure basta pensare a tanti, non solo giovani, che cambiano frequentemente computer o telefono portatile per averne uno non solo più potente, ma soprattutto più veloce.

Ma anche le nostre abitudini familiari sono intaccate da questo morbo: basti pensare all’uso del micro onde per preparare il cibo in modo veloce, senza curarsi se alla fine questo fast food sia o non sia nocivo per la nostra salute. C’è poco da fare e, soprattutto, poco da ragionare: non si vuole assolutamente più aspettare. Grazie al Cielo, però, ogni anno torna una stagione preziosissima, l’Avvento, che non è una cosa solo per i cattolici praticanti, ma un’offerta che la Chiesa porge a tutti. La parola avvento significa arrivo, venuta e quindi attesa. Quando sappiamo che deve arrivare una persona cara, noi la attendiamo preparandoci come meglio possiamo e sappiamo fare.

È innegabile: quando attendiamo qualcuno che desideriamo tanto vedere o una cosa che desideriamo davvero a fondo, tutta la nostra vita cambia, è diversa: è migliore. Pensiamoci brevemente. In questo momento il mio pensiero va soprattutto agli emigrati e alle loro famiglie rimaste in patria: quanta attesa! I genitori che aspettavano la lettera dal postino scritta dal figlio o dalla figlia lontani, ma anche i figli lontani che aspettavano uno scritto dalla loro famiglia; oppure, quando il figlio lontano annunciava che sarebbe tornato a casa per qualche settimana di ferie: per la mamma e il papà iniziava un periodo di vita straordinario.

Ricordo personalmente che mamma e papà dicevano spesso: “Questo lo mettiamo da parte per quando torna lui o lei”, e tutta la vita da quel momento assumeva un altro stile, un altro significato. Sì, perché saper attendere dà un profondo significato alle giornate, al lavoro, anche alle minime cose che si fanno. Ebbene, questo vivere di attesa mi pare che sia finito.

Non rimpiango certamente le situazioni dolorose di distacco e separazione che moltissime famiglie sono state costrette a subire in seguito al fenomeno dell’emigrazione che la nostra Italia conosce bene; ma vorrei che non si perdesse la capacità del saper attendere, che l’emigrazione ha, in qualche modo, favorito. Vorrei che si tornasse a desiderare le cose e le persone, a prepararci per averle, a creare dentro di noi uno spazio in cui pensiamo al momento dell’incontro con la persona attesa.

Da parte mia io trovo un pensiero nella Bibbia che mi dà grande forza in questo senso; mi riferisco al capitolo 30 del libro di Isaia, dove leggo: “Nella conversione e nella calma era la vostra salvezza, nella serenità e nella fiducia era la vostra forza, ma voi non avete voluto …, perché siete fuggiti via a cavallo”. Isaia vive e scrive circa settecento anni prima di Cristo, ma rappresenta una situazione che si adatta benissimo anche ai nostri giorni. Se vogliamo davvero stare bene in senso pieno e profondo, se vogliamo mantenerci forti davanti a tutte le problematiche della vita, abbiamo una strada sicura: essere calmi e sereni, cioè non avere fretta.

Ma per vivere così, dobbiamo cambiare stile di vita, cioè convertirci. Come si fa? Isaia indica un metodo infallibile: avere fiducia. In chi? Ecco la risposta, che invito a leggere sempre al capitolo  30, al versetto 18: “Eppure il Signore aspetta con fiducia per farvi grazia”. Sono parole da scolpire dentro di noi e da ricordare soprattutto nelle ore di buio e tristezza: il Signore aspetta, non per vendicarsi delle nostre colpe, ma per farci grazia. Non dimentichiamoci che la parola grazia vuol dire gratis, cioè qualcosa che ci viene dato gratuitamente, senza pagare. Dunque noi abbiamo un Signore che attende sempre perché Egli per primo vuole regalarci qualcosa. Altro che black Friday! Non siamo noi che dobbiamo fare la coda, magari attendendo anche di notte all’aperto e al freddo per entrare in uno shopping center; è Lui che vuole entrare in noi, che, come dice ancora la Bibbia, “sta alla porta e bussa”. Ma noi ci siamo o preferiamo fuggire via a cavallo?

(Venerdì 2 dicembre 2016)

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