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I preti stranieri in Italia segno della cattolicità

I preti stranieri in Italia segno della cattolicità

I preti stranieri in Italia segno della cattolicità

di Gian Carlo Perego

Solo negli ultimi anni, la nascita di comunità etniche sempre più numerose ha portato come per i nostri emigranti dalla fine dell’Ottocento, nell’intuizione di vescovi come Scalabrini e Bonomelli – all’esigenza, da parte delle diocesi di vari Paesi del mondo, di affiancare ai loro emigranti sacerdoti provenienti dai Paesi d’origine.

Come oltre 400 presbiteri oggi sono guida in diversi Paesi d’Europa e del mondo di comunità cattoliche di emigranti italiani all’estero, 227 dei quali in Europa, dove gli emigranti italiani sono oltre 2 milioni, così, a seguire i circa 1 milione di cattolici immigrati in Italia, sono arrivati presbiteri di diverse nazionalità.

I preti stranieri cattolici diocesani dal numero di 1500 del 2004 – anno della ricerca censita dal volume ‘La parabola del clero’ – sono diventati nel 2015 circa 2500.

L’aumento del numero del clero straniero negli ultimi anni è stato determinato dalla crescita della popolazione straniera – oltre 5 milioni di persone e dalla nascita di quasi 800 centri pastorali etnici, missioni con cura d’anime e cappellanie. Il coordinamento di queste strutture – affidato in Itala alla Fondazione Migrantes della CEI – ha visto l’individuazione di 17 coordinatori etnici: per gli africani di lingua francese, per gli africani di lingue inglese, per gli albanesi, i cenesi, i filippini, i greco-cattolici ucraini, i latini rumeni, i greco-cattolici rumeni, i srilanchesi-cingalesi, gli ungheresi, i vietnamiti, i malgasci, i cattolici del Kerala, i cattolici siro-malabaresi, i polacchi, i lituani, i peruviani.

Al centro del servizio dei preti stranieri tra noi, e come prima prospettiva, deve rimanere l’evangelizzazione e lo scambio comunionale tra Chiese, che interessa tutto l’uomo e tutti gli uomini, come richiamava già nel 1975 l’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii nutiandi.

Il Concilio Vaticano II, nel decreto Presbiterorum ordinis, ricordava che “Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell’Ordinazione non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì ad una vastissima e universale missione di salvezza «fino agli ultimi confini della terra», dato che qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli Apostoli” (P.O. 10).

Questo principio di un servizio del presbitero alla cattolicità, naturalmente supera oggi il contesto territoriale per allargarsi a ogni forma di relazione e incontro nuovi, che la forte mobilità oggi rinnova. Una seconda prospettiva in cui s’inserisce il ministero dei peti stranieri tra noi è certamente quella di aiutare la costruzione di una comunità multiculturale. Ormai non si può non costruire la comunità insieme ad altre persone con cui si lavora, si studia, ci si sposa. Per questo, il prete straniero può essere un “ministro”, un servitore prezioso nella costruzione di una Chiesa che sappia ricostruirsi alla luce della nuova storia dell’evangelizzazione italiana e una nuova esperienza di fraternità sacerdotale.

Fermo restando che l’evangelizzazione e la comunione, e non altro, debbano guidare lo scambio tra le Chiese anche in ordine ai presbiteri, come ha ricordato la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli nel documento “Istruzione sull’invio e la permanenza dei sacerdoti del clero diocesano dei territori di missione”, pubblicata il 25 aprile 2001, a firma del cardinale Prefetto Jozef Tomko, occorre da una parte favorire l’accompagnamento delle nuove comunità etniche, lo scambio tra le chiese sorelle, ma al tempo stesso evitare che, ancore una volta l’egoismo e l’interesse dei ricchi Paesi europei, anche in ordine al servizio dei presbiteri, indebolisca delle forze più giovani e più preparate le chiese dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.

(Venerdì 14 ottobre 2016)

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