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Cristiani solo di nome?

Cristiani solo di nome?

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di Lino Sartori

Sono stato recentemente in un’isola, spagnola di lingua, cultura e religione, e mi sono sorpreso non poco leggendo nella guida turistica, tra le prime notizie, questa: “isola un tempo molto cristiana, ma ora poco praticante”. Non mi ci è voluto molto a constatare che era proprio vero: praticanti, almeno a giudicare dalla frequenza domenicale alla santa Messa, pochissimi.

Però il giorno della Madonna del Rosario, il sette ottobre, una folla straboccante da dover aprire le porte della chiesa per consentire a quelli nel piazzale di assistere (dico: “assistere”, non “partecipare”) alla Messa. Per non parlare poi della massa di popolo che si è unita alla processione lungo le vie della città, che, guarda caso, si chiama Puerto del Rosario. Notare: un tempo tale città si chiamava Porto delle capre, poi è stata ribattezzata Puerto del Rosario.

Mentre accompagnavo anch’io la Madonna in processione, mi è venuta in mente una riflessione del papa emerito Benedetto XVI (che forse impareremo ad apprezzare solo quando non sarà più tra noi), il quale scrive: “Molti paesi che un tempo sono stati la culla del Cristianesimo, ora o si sono rivolti ad altre religioni (come la Turchia, la Siria, l’Egitto e il Nord Africa, regioni da secoli islamiche, mentre nei primi secoli proprio da queste è iniziato il Cristianesimo), oppure hanno abbandonato la pratica religiosa, come è il caso di molti Stati europei. Sull’onda di queste riflessioni, mi sono chiesto: ma perché è successo questo capovolgimento? In genere si dice che la colpa è del progresso, della civiltà dei consumi, del ritmo frenetico della vita di oggi, della secolarizzazione, ed altre cose del genere. Io, dal mio punto di vista del tutto personale, sono di parere un po’ diverso.

Quelle spiegazioni ci possono essere, ma alla base ce n’è un’altra: secondo me i cristiani non hanno ben capito una cosa; non hanno capito che cosa significa il nome che l’Angelo ha annunciato a Maria, quando le ha detto che sarebbe diventata madre. Ricordate? “Si chiamerà Emmanuele, cioè Dio-con-noi”.

In breve, lungo i secoli, noi uomini ci siamo fatti un dio su misura: quando eravamo o siamo in difficoltà, lo pregavamo o lo preghiamo ancora; quando le cose vanno bene, facciamo come i famosi dieci lebbrosi della parabola evangelica di qualche domenica fa: non ci ricordiamo di ringraziare, perché pensiamo che tutto quello che succede di bello e di buono è solo per merito nostro, mentre se le cose vanno male, malediciamo Dio con l’imprecazione, oppure pretendiamo che faccia il miracolo.

Ma Dio non è questo! Abbiamo ridotto Dio ad un affare privato, ad una cosa intimistica, di cui magari ci vergogniamo in pubblico. A questo riguardo mi viene in mente una stupenda lettera che un padre mise dentro lo zaino del figlio che stava prendendo l’aereo per emigrare proprio in Canada.

C’era scritto, tra le altre cose: “Non devi vergognarti della religione che hai imparato con i tuoi genitori, perché non sei tu che devi giustificarti per il fatto che ti fai il segno della croce o frequenti la messa domenicale; sono gli altri che dovrebbero spiegare come mai non lo fanno.” Il Dio del Cristianesimo non è una cosa da tenere nascosta, segreta, gelosamente messa in cassaforte e tirata fuori solo nelle occasioni straordinarie.

Il Dio che Cristo è venuto a mostrarci è un Dio che sta in mezzo agli uomini, che vuole vivere con noi tutta la nostra storia, che chiede continuamente di essere invitato nelle nostre faccende, di essere testimoniato. Lui non è un dio tascabile! Non è un gioiello da tenere nelle cassette di sicurezza di qualche banca: va mostrato e, soprattutto, vissuto. Di conseguenza non possiamo dirci cristiani e negli affari comportarci come se il cristianesimo fosse solo un brand che si appiccica su un prodotto.

Un dio così, è come un soprammobile che ogni tanto si spolvera, o come i gioielli di famiglia che si tirano fuori quando arriva qualche ospite di riguardo.

Dobbiamo imparare a consultare spesso questo nostro Dio, a chiedere il suo parere in ogni decisione che stiamo per prendere.

Negli affari, anche in quelli strettamente finanziari, questo Dio deve esserci, se non altro per aiutarci a dare un senso pienamente umano alle nostre scelte, cioè un senso che vada nella direzione di essere utile per tutti gli uomini e, come spesso diceva Giovanni Paolo II (ora santo!), per tutto intero l’uomo.

Altrimenti a che serve un dio lontano, rinchiuso tra le nuvole, dimentico e ignaro della nostra storia? Se vogliamo chiamarci ancora cristiani, è nella vita di ogni giorno che dobbiamo fare spazio a Dio, perché Lui è sempre con noi; lo dice anche il suo nome, Emmanuele. E non ci disturba affatto, anzi.

(Venerdì 21 ottobre 2016)

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