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Vittorio Storaro e la luce, sua splendida ossessione

Vittorio Storaro e la luce, sua splendida ossessione

Vittorio Storaro e la luce, sua splendida ossessione

di Mariangiola Castrovilli

TORONTO – Vittorio Storaro non ha bisogno di presentazioni, tre volte premio Oscar è uno dei più rinomati cinematographer, come lui ama definirsi, del mondo. L’abbiamo incontrato alla 31ª edizione del Festival Internazionale di Mardelplata, dove ha tenuto una lezione magistrale nella gremitissima sala Astor Piazzolla dell’Auditorium. Elegante, simpatico e con un superbo eloquio, Storaro ha incantato il pubblico conducendolo nel suo fantastico mondo, quello della luce. Noi l’abbiamo intervistato per il Corriere Canadese.

Storaro, “Scrivere con la luce”, un’opera poetica, qualcosa di magico e di irreale, un sogno che però diventa realtà per lettori e spettatori…

«Ho scritto una trilogia, “Scrivere con la luce”, perché credo ci sia bisogno di una distinzione molto precisa tra la fotografia e la cinematografia. La prima è un’espressione singola che può fare una sola persona esprimendosi con una singola immagine, mentre l’altra è un’espressione composta a cui concorrono molte più persone. Per questa ragione il cinema si chiama la decima musa nutrendosi delle altre nove, letteratura, musica, pittura, architettura… in questo caso c’è bisogno di uno stile per raccontare, fotograficamente, una storia con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione. Spiegare cioè tutta una storia ma non con una sola immagine, è il frutto delle mie ricerche, dei miei studi trentennali che mi hanno portato a scrivere questa trilogia, che è stata poi tradotta in inglese e spagnolo. Io però non sono uno scrittore di parole, per cui ho fatto tante fotografie, perché, in realtà, sono uno scrittore di immagini, e queste fotografie sono le più vicine alla mia creatività cinematografica. Fotografie che ho fatto due volte, con un personaggio o una situazione, sovrapponendole e creando così un’altra immagine che poteva dialogare tra le due, creando così una fotografia cinematografica. Tutto questo è esposto in questi giorni nel Centro Culturale di Buenos Aires in settanta immagini molto grandi con la spiegazione scientifica, filosofica e storica di ciascun film. Il mio viaggio nel cinema raccontato in questi tre libri».

Lei, Woody Allen e il cinema digitale.

«Il digitale tocca un momento storico di un grande cambio, dall’espressione anologica a quella digitale. Un anno fa ho fatto il primo vero film digitale, anche se avevo già fatto varie sperimentazioni ed anche un piccolo film con Carlos Saura che però non aveva una distribuzione cinematografica teatrale ma fondamentalmente televisiva, l’Edipo Re. Poi appunto con Woody Allen, che non aveva mai usato il digitale. È una cosa molto semplice – gli dissi – siamo in un momento rivoluzionario, c’è una parola chiamata progresso che noi possiamo rallentare o accelerare, ma non fermare. Cerchiamo di entrare insieme nel digitale nel miglior modo possibile. L’essere umano ha sempre avuto bisogno di esprimersi in immagini, l’abbiamo fatto nelle caverne con i graffiti, con i mosaici al tempo bizantino, dipingendo sul legno, su tela, su una emozione fotocinematografica, in panoramica e in terza dimensione, a colori, e adesso lo stiamo facendo in digitale».

Storaro, cosa è cambiato in realtà?

«Il mezzo, la materia, ma non l’idea. Non credo quindi che ci sia una vera differenza tra il cinema chiamato prima del mistero, del tempo storico, della creatività, ed il cinema digitale».

Lei ha lavorato con i più bei nomi del Gotha cinematografico, firmando i film più magici, come ricorda Warren Beatty?

«Quando lavorammo insieme Warren era considerato un playboy americano, ma questa definizione non gli rende giustizia, in realtà aveva molti crediti. Uno dei suoi sogni era scrivere una storia sull’unico americano che visse in Russia durante la rivoluzione. Mi propose Dick Tracy, ma lui veniva da una tradizione del cinema molto classica… Gli proposi invece uno sguardo diverso, basato su immagini del post impressionismo tedesco che accettò. Così lavorando sull’influenza della pittura impressionista ottenemmo un risultato completamente diverso da quello dei film del momento, come per esempio il primo Batman, che era scuro e senza colore. Ecco, da questo punto di vista abbiamo fatto qualcosa di rivoluzionario per il cinema».

La luce è la sua splendida ossessione, e ce l’ha dimostrato lavorando con registi come Bertolucci, Saura, Coppola, non è vero Storaro?

«Direi che per ognuno di loro e, soprattutto secondo il tempo, ho usato diverse forme di illuminazione. C’è stata, nel tempo, una evoluzione tecnica che arriva fino al led. Credo però che molti giovani registi commettano l’errore di vedere la luce a seconda della prospettiva dell’analogico o del digitale, quando in realtà il linguaggio dell’illuminazione è un linguaggio squisitamente di luce».

Storaro, da sempre lei è un sostenitore di una definizione che non è direttore della fotografia ma…

«È vero, in Italia non vogliamo essere chiamati direttori della fotografia ma autori della fotografia cinematografica. E sono stato proprio io a battermi per questa definizione. Negli Stati Uniti i miei colleghi fecero un errore quando, contrapponendosi al regista, si definirono direttori della fotografia. Nel cinema c’è un solo direttore che coordina tutti ed è il regista. Noi non siamo direttori della fotografia, siamo creatori. È un po’ come in un’orchestra, ci sono i vari solisti, ma un solo direttore, che li coordina e li dirige».

(Mercoledì 23 novembre 2016)

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