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«Mio figlio è stato discriminato, esigo giustizia»

«Mio figlio è stato discriminato, esigo giustizia»

TORONTO – Charline Grant non ci sta. Discriminazione razziale e religiosa, sono pesanti le accuse mosse dalla mamma di tre ragazzi di 6, 12 e 15 anni, allo York Region District School Board. Il figlio maggiore, che nel settembre del 2015 aveva 13 anni e frequentava il grado 9 del Woodbridge College è stato, a suo parere preso di mira da alcuni insegnanti per il colore della sua pelle e per la sua religione.

In una occasione il ragazzino, unico studente di colore, dopo un diniego iniziale aveva avuto il permesso di recarsi nello spogliatoio della palestra per prendere le sue ginocchiere: il giorno seguente i compagni di classe lo hanno informato che l’insegnante aveva raccomandato a tutti gli studenti di controllare il loro compagno e di non fidarsi di lui perché “potrebbe rubare”. In un’altra occasione il ragazzo, del quale non faremo il nome per rispetto alla sua privacy, è stato tenuto in panchina dall’insegnante di educazione fisica perché il giorno prima era andato ad una festa religiosa israelita: «Avrai mangiato tutto il giorno, sarai troppo pieno per giocare», era stata l’osservazione dell’insegnante.
Charline ha quindi deciso, assieme al marito, che quella scuola non poteva che far del male al figlio, lo stava ferendo e minando la sua autostima, giorno dopo giorno ed ha quindi trasferito il ragazzo nella Emily Carr Secondary School.
«Abbiamo preso questa decisione perché volevamo che nostro figlio si sentisse protetto», dice la mamma. Che ora però chiede giustizia e lancia accuse verso il Board e tutti quelli, trustee e politici, ai quali si è rivolta senza ricevere alcun aiuto.
In quanto madre del ragazzo mi può dire come ha vissuto quanto accaduto?
«È stato devastante perché non mi aspettavo tutto questo da parte degli insegnanti e del personale amministrativo. Il loro comportamento mi ha spaventata…Sono stati ben tre gli episodi denunciati e sono accaduti con tre insegnanti diverse: il preside ha appoggiato il comportamento degli insegnanti così come lo ha fatto lo YRDSB».
Non è stata quindi affatto soddisfatta del comportamento tenuto da insegnanti e provveditorato…
«No, assolutamente. Praticamente quel che è successo è stato qualcosa con il quale non volevano avere a che fare, una noia, una patata bollente».
Ma lei non si è arresa e ha denunciato l’accaduto allo Human Right Tribunal dell’Ontario. Cosa le hanno risposto?
«Sì, l’ho fatto nel febbraio di quest’anno. Ora sto aspettando che mi informino sulla data in cui si terrà l’udienza, che è prevista per marzo o aprile. Niente è stato ancora deciso».
Pensa che gli episodi di harrassment subiti da suo figlio lo condizioneranno per tutta la vita?
«Assolutamente sì. La scorsa estate gli abbiamo fatto seguire delle sessioni di terapia al fine di capire meglio attraverso una terza persona, come si sente, cosa prova. Sono una mamma e penso di saperlo ma non sono una esperta. Di certo so che era ansioso e non voleva più andare a scuola».
Come ha reagito suo marito nel vedere che suo figlio era vittima di questi episodi di razzismo?
«È furioso. Quando abbiamo provato a farci aiutare dal provveditorato per trasferirlo rimettendolo nel French immersion program, il Board non ci ha aiutati. La scuola non ha fatto niente».
Chi pensa sia responsabile di quanto accaduto?
«Penso che sicuramente il director of education è responsabile. Parappally è il capo del board, gli abbiamo scritto cinque volte e non abbiamo mai ricevuto una risposta. Ho anche telefonato tre volte ad Anna DiBartolo, ex chair, che è la mia trustee e non mi ha mai ritelefonato. Le ho quindi inviato una email ma ancora non ho ricevuto un cenno di risposta: ha semplicemente passato la mia email al preside e al superintendent senza neppure parlare con me».
Insomma, mi pare di capire che davanti a lei ha trovato solo muri…
«Sì, è così. A febbraio sono andata anche a trovare Steven Del Duca che è il rappresentante del mio riding: mi ha assicurato che dopo aver analizzato la questione mi avrebbe ricontattata. Non l’ho più sentito».
Parappally però ha detto che il razzismo non è accettabile e che ci sono linee di condotta e procedure a sostegno di questo. Pensa che siano sufficienti?
«Devo ancora vedere queste linee di condotta messe in pratica. Quando uno studente o un genitore fa un reclamo, in cinque giorni deve esserci una investigazione ed a tutt’oggi nessuno ha parlato con mio figlio riguardo quanto accaduto. Hanno solo parlato con l’insegnante e sono giunti alla conclusione che nulla è successo. Ci hanno detto di credere all’insegnante e non a mio figlio. Nel board c’è anche una ‘equity person’ ma nessuno ci ha fatto parlare con questa persona. Lo scorso luglio ho scoperto che esiste una ‘equity person’ quando ho contattato il ministro dell’istruzione, Parappally non ne ha mai fatto parola».
Non pensa che tutto questo sia un insulto alla dignità personale e alle istituzioni che ci rappresentano come cittadini?
«È molto più di un insulto, è una vergogna, una ingiustizia… So anche che mio figlio non è l’unico ad essere andato incontro a questo tipo di problemi. Se noi genitori non fossimo sempre presenti probabilmente non andrebbe più neppure a scuola eppure mio figlio non ha mai causato problemi, non ha mai litigato con qualcuno, non è mai stato sospeso. Ama giocare a calcio, fare sport… questo è mio figlio… Invece di aiutarlo hanno minimizzato quello che è successo e non mi sembra giusto».
Cosa si aspetta che succeda adesso?
«Il ministro ha già stabilito una scadenza per avere delle risposte dal Board ma mi piacerebbe che ci fosse un revisore indipendente per controllare non solo ‘giustizia ed inclusione’ ma anche il modo con cui assumono gli insegnanti, le spese che vengono fatte…»
Pensa che i trustee e il ministro Hunter si rendano conto della gravità dei fatti e stiano facendo abbastanza per migliorare la situazione?
«Il ministro Hunter finora si è comportata in modo corretto, mi ha incontrata, ha scritto una lettera al Board e ha stabilito una deadline. La nuova chair non l’ho ancora incontrata ma ritengo che cambiare sia stata la scelta giusta… DeBartolo, che è la mia trustee, non mi ha mai dato retta neppure un po’ e questo la dice lunga… Il cambiamento ai vertici dello YRDSB era necessario, è l’unico modo per riguadagnarsi la fiducia della comunità. Dal punto di vista accademico è un ottimo provveditorato ma c’è qualcosa che non funziona nel sistema… Mi creda siamo bravi genitori, bravi cittadini, abbiamo idee, vogliamo condividerle con gli altri ma occorre ‘giustizia ed inclusione’ per tutti, questo è quello che ci deve essere alla base».
Cosa dice a suo figlio dopo quello che gli è accaduto?
«Gli dico che lui è meritevole, che vale e che nessuno ha il diritto di fargli credere il contrario a causa del colore della sua pelle. Tu vali, gli ripeto. Non devo vederlo solo io che sono sua madre il suo valore, deve esserne cosciente anche lui».

polichenim@corriere.com

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May Sun ,2017