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Usa 2016, la partita è tutt’altro che decisa

Usa 2016, la partita è tutt’altro che decisa

Usa 2016, la partita è tutt’altro che decisa

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – Il fenomeno Trump continua a lasciare perplessi spettatori e potenziali elettori. Che la corsa per rimpiazzare Barack Obama alla presidenza sia importante o meno a livello personale, avrà importanti ripercussioni per noi in Canada e altrove.

Dopo aver visto l’ormai famoso dibattito tra Clinton e Trump insieme a circa 85 milioni di telespettatori, alcuni (non i sostenitori di Trump) si stanno chiedendo come è possibile che gli sia stato permesso di candidarsi.

Altri si domandano come certi – addirittura il 33 per cento dei telespettatori – possano considerarlo il vincitore del dibattito. Confesso di essere tra gli scettici, ma vincere il dibattito non significa necessariamente vincere le elezioni – almeno non ancora, perché nessuno è andato veramente, legittimamente a votare.

Ciononostante l’anticipazione delle elezioni sta catalizzando l’attenzione di molti torontini. Nei bar italocanadesi di Toronto Trump viene spesso paragonato a Silvio Berlusconi (membro anche lui del club dei multi-miliardari e, come “the Donald”, un “intenditore del gentil sesso”). Ma Silvio era in realtà capace di pronunciare coerenti, valide, grammaticalmente corrette dichiarazioni politiche.

L’elettorato apparentemente ha sopportato la sua impudicizia finché non è “andato oltre”. Donald si rivolge a un altro pubblico, il pubblico che già è “oltre”.

Non siamo arrivati a questo punto per caso, ha spiegato Peter Hart, sondaggista americano, consulente politico e consigliere di persone in posizioni di potere e influenza negli Usa. Ha parlato al Fairmont Royal York a un pubblico di professionisti e businessmen in pausa pranzo (80 per cento dei quali uomini) che erano venuti a sentire le sue opinioni sui pronostici del dopo dibattito.

Nessuno può dire chi vincerà le elezioni, ha detto, offrendo tre fattori che dovrebbero generare caute previsioni, a prescindere da chi si sostiene. Altri sondaggisti tra il pubblico, che fanno anche da “opinionisti”, prendevano febbrilmente appunti.

Per prima cosa, questa è la più sporca, scorretta, calunniosa campagna elettorale di sempre! È il riflesso di un declino del senso del decoro collettivo. Niente è mai troppo. Niente di quello che si dice sembra mai offendere un preciso senso morale, la comune decenza, un metro di responsabilità sociale.

Trump può dire e dirà di tutto, e ciò non farà che rinforzare il suo “brand”, perché una parte della società [americana] si vede nei reality. La civiltà è assente. Può passarla liscia mentendo spudoratamente e chiamando impunemente il suo avversario “Crooked Hillary”.

Tutto è consentito, e secondo Hart le cose non faranno che peggiorare, perché i suoi primi sostenitori condividono qualunque cosa dica. Più le dichiarazioni si fanno oltraggiose, più “emancipati” si sentiranno i suoi seguaci.

Il secondo fattore è lo svuotamento della classe media e la disuguaglianza negli stipendi risultato della crisi finanziaria e seguente recessione del 2008.2009, che ha scatenato la rabbia rivolta contro le persone al potere (tra cui Clinton), specialmente tra gli individui tra i 18 e i 34 anni.

Hart sostiene che la chiave per interpretare le vedute politiche di questi millenial stia nel comprendere la percezione della mancanza di opportunità come risultato della disuguaglianza e della distorsione dell’economia prima strutturata con successo dalla generazione dei loro genitori.

Ora “i ricchi si arricchiscono”, “i poveri diventano più poveri” e il numero di quelli nel mezzo diminuisce.

Questo “mezzo”, il Centro, tende alla moderazione. Gli “estremi” tendono a posizioni più al limite sulla scala eco-politica. Curiosamente Trump, rappresentazione perfetta dei super ricchi dell’”1 per cento”, sembra immune dalla rabbia del polo a lui opposto.

Le sue dichiarazione intemperanti sono benzina sul fuoco di questa rabbia. Clinton ha il più difficile compito di portare “equilibrio e speranza”, mentre il pane di Trump sono i messaggi di “biasimo e sconforto” – finché non emerga come “l’uomo giusto”.

Ma potrebbe farcela anche per un terzo motivo, dice Hart: il declino della professionalità, o piuttosto l’accettazione di standard amatoriali nell’industria e nelle professioni della comunicazione. E ciò si lega alla prima discussione sulla questione della responsabilità sociale collettiva.

Gli iPhone, internet, Facebook e Twitter hanno liberato chi “posta” da ogni disciplina o obbligo di fare ricerca e dare un senso alle proprie opinioni. I blogger sono i giornalisti di oggi.

Troppo spesso sguazzano in attacchi irresponsabili grazie al relativo anonimato. Il dibattito è ridotto a piccole porzioni di “pan per focaccia”. È ormai diventato accettabile ascoltare l’equivalente di “ci sarà tua madre” e “alla faccia tua” quali risposte appropriate a seri argomenti di rilevanza economica e sociale nazionale.

In questo Trump è un maestro. L’alternativa è considerarlo un perfetto idiota, e per quanto questo giudizio possa essere allettante per alcuni, altri ancora lo trovano “interessante”, addirittura attraente.

Hart ha concluso la sua relazione con una provocazione, una semplice domanda: “Se ti trovassi sperduto da qualche parte e fossi costretto a dividere la camera con Donald Trump o Hillary Clinton, chi sceglieresti?” In una sala piena di professionisti quasi tutti maschi, la gran maggioranza ha risposto Trump.

Perché? La risposta è stata: perché è più interessante.

Clinton però sembra avere almeno un vantaggio. I democratici sono più uniti sulla sua candidatura di quanto i repubblicani lo siano su quella di Trump.

In una democrazia come quella nordamericana, dove bisogna ancora uscire di casa per andare a votare, un’organizzazione che riesca a portare gli elettori alle urne alla fine vincerà, malgrado sondaggisti e dibattiti.

(Lunedì 3 ottobre 2016)

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