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Referendum, ultima chiamata dal Canada

Referendum, ultima chiamata dal Canada

Referendum, ultima chiamata dal Canada

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – Si avverte nell’aria una palpabile “elettricità politica” che sale in superficie. Gli italiani stanno per fare un “atto di fede” che ha la capacità di cambiare il futuro socio-politico ed economico del Belpaese.

O forse non lo faranno. La fede di solito si accompagna al coraggio… e a un’idea.

Come si dice nella politica nordamericana, è difficile ragionare con lucidità quando hai gli alligatori alle calcagna.

Gli ultimi sei mesi non sono stati particolarmente di buon auspicio. Tre terremoti hanno devastato il Centro Italia in due mesi – centinaia di morti e danni per miliardi di euro – allagamenti e freddo polare hanno colpito il Nord. Persone sfollate e sofferenze incalcolabili.

L’instabilità politica provocata da politici folli nel Grande Medio Oriente minacciano la sicurezza dell’intera zona.

Chiunque siano i criminali mercenari che oggi controllano ciò che resta della Libia, spediscono “rifugiati” sulle coste italiane al ritmo di 15mila al mese – solo il mese scorso la Guardia Costiera ne ha salvati 27.500.

L’incertezza economica è stata fomentata da approcci roboanti e irrazionali alla risoluzione dei problemi nei governi di Gran Bretagna e Stati Uniti.

In un mondo interconnesso (può essercene un altro?) quello che succede altrove ci colpisce tutti. L’economia dell’Italia è bloccata; 100mila giovani italiani ogni anno lasciano il Paese alla ricerca di una vita migliore da qualche altra parte.

Qualcosa deve succedere. Nessun governo può fare niente riguardo al tempo (nonostante la scienza porti sempre più prove del fatto che questa posizione potrebbe non reggere più), ma un’infrastruttura politica dotata dei meccanismi per affrontare altre sfide può essere molto utile ad assicurare sopravvivenza e crescita.

Tutti gli indicatori suggeriscono che la struttura governativa italiana non arriva a superare questo test. Anche i contrari – i sostenitori del No nel dibattito sul referendum – sono d’accordo su questo.

Eppure sono contro il cambiamento. “Il cibo è buono, il vino anche, vestiamo abbastanza bene: che altro ci serve?”, dicono. “La politica non è altro che il gioco delle poltrone”.

Il direttore d’orchestra però non è più nella nostra piazza. Il gioco sta diventando più complesso. C’è bisogno di un sistema e di persone che guardano con serietà ai pericoli, al potenziale, alla direzione. Dategli una mano. Andate al consolato e votate Sì.

(Giovedì 1 dicembre 2016)

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