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Referendum, la sfida alle “vacche sacre”

Referendum, la sfida alle “vacche sacre”

Referendum, la sfida alle “vacche sacre”

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – Forse non c’è Paese che possa capire il desiderio dell’Italia di alterare il panorama politico meglio del Canada.

L’infrastruttura politica della nostra federazione, quella canadese, è stata costruita per garantire il raggiungimento di alcuni obiettivi specifici, tra cui non manca la crescita e l’espansione del mercato. I “Padri della Confederazione” capirono che era necessario snellire il processo decisionale e dare autorità agli interessi nazionali in un Parlamento sensibile e reattivo a quei bisogni e traguardi emergenti.

Col senno di poi, sembra che, su certi argomenti, fossero preveggenti. Il Parlamento si sviluppò in una entità legislativa che è a tutti gli effetti una funzionale legislatura unicamerale. Sì, c’è una struttura bicamerale che include un Senato, ma il suo obiettivo primario era di “proteggere gli interessi delle regioni” (oggi Province).

Fosse stata pensata per altro, sarebbe stato concesso alla “Camera Alta” un “equilibrio di poteri” per compensare quelli della Camera dei Comuni. Invece, il resto dei poteri (tutto ciò che non fosse specificamente stabilito dalla Costituzione) rimasero alla Camera, e solo questa avrebbe avuto l’autorità di tassare e ridistribuire la ricchezza.

La Repubblica italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale nacque in condizioni diverse. La Costituzione fu motivata da circostanze in cui “equilibrio e condivisione del potere” sembravano preoccupazioni di primario interesse. L’Italia del Dopoguerra optò per un “bicameralismo perfetto”: ogni Camera aveva simili poteri e l’autorità di emendare o bloccare le iniziative legislative dell’altra.

Visto da fuori, è un miracolo che si riesca a fare qualcosa. È una reazione semplicistica ma non meno valida. Strutture politiche puramente locali sono diventate la maggiore attività economica della maggioranza delle municipalità regionali e dei governi provinciali. Statuti e leggi sono subordinati a interessi personali ora abituati a proteggere, esclusivamente, ciò che gli appartiene.

Ma il mondo è cambiato. Potenze imperiali hanno lasciato il posto alla World Trade Organization; blocchi commerciali regionali; Paesi emergenti come Cina, India e Brasile. Le loro ricchezze naturali e di risorse umane danno loro impareggiabile vantaggio nei prezzi di vendita. La globalizzazione dei mercati ha portato all’ascesa di imprese le cui entrate annuali superano il Pil di poche selezionate Nazioni.

Alcuni vorrebbero portare indietro gli orologi, ma non si può fare. Per rimanere al passo coi tempi, se non competitivi, Paesi come il Canada e l’Italia devono necessariamente liberarsi di antiche istituzioni di governo, se vogliono preservare la flessibilità che un processo decisionale relativamente veloce può portare.

Sempre più il mondo sta diventando un insieme di blocchi di potere. Per 25 anni la classe dirigente canadese si è concentrata sulle sfide della Fortezza commerciale del Nord America, la Fortezza Europa, il colosso emergente della Fortezza cinese e altre due impressionanti economie regionali, l’Africa e l’India.

Tutti questi Paesi hanno economie che misurano da 10 a 12 volte quelle, rispettivamente, di Italia e Canada. Senza mettere nel conto l’influenza di potenze eco-militari come la Russia, l’Iran, la Turchia e i loro concorrenti del Grande Medio Oriente.

Offrire ragioni accettabili per la sua sopravvivenza, stando così le cose, è un compito difficile per il Senato italiano e chi lo sostiene. È una discussione debole, che si regge in piedi solo perché concede alle voci della Diaspora una maggiore rappresentazione. Ma sapete che un americano di Chicago rappresenta i canadesi con la cittadinanza italiana che vivono in Canada?

Almeno in Canada i senatori – in carica o aspiranti tali – hanno il buon gusto di evitare di sostenere che rappresentano altri se non loro stessi. La Corte Suprema e il Charter of Rights sono ormai gli unici garanti dei diritti umani [e delle minoranze].

Matteo Renzi può non essersi fatto molti amici tra i suoi attuali ed ex colleghi nella sua ascesa al vertice. Se è così, e questo è il primo e unico argomento per mantenere lo status quo costituzionale, allora gli argomenti per il No non poggiano affatto una base solida.

Ciononostante, ripetutamente gli italiani sono soliti imitare la risposta americana alla domanda se l’America sia pronta per un presidente donna, data la vittoria di Trump. La risposta è sì, ma non quella donna (Clinton).

In Italia chiunque ci abbia riflettuto sopra sembra volere un cambiamento. L’unica obiezione è che sia guidato da Renzi.

(Mercoledì 16 novembre 2016)

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