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Piaccia o non piaccia, la nostra comunità esiste

Piaccia o non piaccia, la nostra comunità esiste

Piaccia o non piaccia, la nostra comunità esiste

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – La comunità italocanadese è viva e sta bene, grazie. Anche se c’è qualcuno che trova conveniente negare la sua esistenza. Posso dirlo perché c’è un numero infinito di opinioni offerte ed espresse quotidianamente al Corriere Canadese – a volte senza la requisita cortesia che serve da precondizione per essere pubblicate – riguardo chi siamo e cosa pensiamo di coloro con cui entriamo in contatto, italiani e altri.

La scorsa settimana, c’è stata un’autentica esplosione di pareri sulla decisione – deliberata – presa da Trudeau di escludere la nostra comunità dalle sue nomine al Senato in Ontario e nel Quebec. Le due province ospitano circa 1,2 milioni di canadesi di origine italiana.

Si tratta di un numero significativo in qualsiasi società democratica. Il Primo Ministro deve aver avuto le sue ragioni a mettere da parte le statistiche, mentre parla di diversità e inclusione.

Forse le condividerà con noi più avanti in qualche appuntamento elettorale, o quando avrà poi bisogno di accedere alle nostre risorse, era la tipica risposta piccata.

Dico questo, senza rancore, nella mia funzione di Editore dell’unico quotidiano in lingua italiana in Canada, cercando di riflettere la reazioni della comunità a questo processo. Delusione, collettivamente, è la descrizione più gentile attribuita alla decisione di Trudeau.

Il Corriere ha pubblicato un’intervista garantita liberamente (e per dirla vera, una della più moderate) a uno dei costruttori della comunità, Alberto Di Giovanni, nella quale lui esprimeva rammarico e insoddisfazione verso quella decisione. Lui non era né candidato né sostenitore di chiunque lo sia stato.

Subito dopo quella riflessione e rammarico, ha voluto suggerire che una parte della colpa dovrebbe essere addossata ai limiti della “leadership” comunitaria che o non vuole o non riesce a “parlare con franchezza al potere”.

L’intervista ha toccato alcuni nervi scoperti. Dire che è arrivata una tempesta di reazioni è poco.

Ma non era nulla rispetto al vituperio associato al punto di vista espresso dal direttore dell’ICCO, Corrado Paina, in un articolo intitolato “Ora basta con la retorica della comunità”, nell’edizione del 16 novembre del Corriere Canadese. Lui è un amico. I nostri lettori possono leggere le sue posizioni senza alcun filtro. Il Corriere invece non può pubblicare le reazioni senza dover rinunciare agli standard di cortesia e rispetto. Invece, cercherò di riassumerle, perché effettivamente sono utili a raccontarci dove siamo come comunità di canadesi.

La comunità italocanadese ha SEMPRE promosso l’inclusione di TUTTE la cittadinanza nel “mainstream” canadese. Il meanstream non è una ruota panoramica dove alcuni salgono e altri scendono. In altre parole, non si e’ canadese un giorno sì e un giorno no.

Il valore del contributo e del ruolo di ogni gruppo nel creare quel mainstream è spesso misurato dall’estensione con cui questi popolano l’apparato istituzionale – “il corpo governativo” – che definisce il Paese e il carattere della Nazione. Come il Senato, per esempio, e le centinaia di altri Board pubblici e quasi-governativi che portano avanti il volere del Paese come espresso attraverso il Parlamento.

Questo non dovrebbe mai essere un gioco a somma zero. È un processo continuo.

Molti, se non tutti, i nostri lettori, si chiedono come le guide di organizzazioni il cui titolo contiene la parola “Italiano” possano essere i più espliciti oppositori e denigratori delle cose e della gente italiana [in Canada].

E argomentano: perché questi non vanno avanti solo sulla base dei meriti individuali, togliendo ogni attaccamento culturale o linguistico all’identità italiana?

I nostri lettori si chiedono chi siano “le solite facce”. Lo sapete, coloro che sono costantemente e continuamente alla ricerca di premi e riconoscimenti. Sarcasticamente si chiedono se non siano proprio quelli alla ricerca di “riconoscimenti” dalla loro stesse organizzazioni.

Mettendo da parte il sarcasmo, le argomentazioni continuano, gli italiani hanno smesso di essere “qualificati” perché essi sono “integrati”. Forse loro non sono “mai stati qualificati”, solo semplicemente “sostenuti” a causa di qualche sistema di quote sbagliato.

C’è forse un “test” da superare per dimostrare di essere integrati?

Parlando a nome del Corriere, io trovo quelle posizioni sgradevoli e inaccettabili.

Il Canada è un Paese difficile da governare e da definire. Cinque regioni geografiche fanno sentire la propria “voce” al tavolo. Le “Nazioni Fondatrici” e le Province difendono i loro interessi e le loro posizioni gelosamente verso tutti, incluse le First Nations aborigene e il “Resto” (cioè, noi e gli altri).

Trudeau padre introdusse la Carta dei Diritti (1981) e il Multiculturalismo (1971). Come concetti e come politiche, è tutto ciò che rimane agli legislatori per guidarli in direzioni inclusive per la crescita sociale e l’integrazione, di fronte a un Canada che cambia.

Perché leader come Trudeau figlio dovrebbe scegliere un modello rispetto a un altro, in quel contesto? È una domanda legittima. Chi si è fatto avanti per promuovere la comunità?

A prescindere dall’interpretazione descritta dal punto di vista di Paina, lui ci avverte che le decisioni del primo ministro in queste selezioni sono deliberate. Non si tratta di semplici sviste.

A giudicare dalla vivacità delle reazioni all’articolo di Paina, la comunità esiste, piaccia o non piaccia.

(Lunedì 21 novembre 2016)

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