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Matteo Renzi sanguina e nuota con gli squali

Matteo Renzi sanguina e nuota con gli squali

Matteo Renzi sanguina e nuota con gli squali

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – I critici vedranno in ogni sua azione un segno di disperazione, in ogni dichiarazione il riflesso di un obiettivo impossibile e in ogni programma un’idea distorta dei bisogni del Paese.

Questa potrebbe essere la descrizione della condizione di un qualsiasi leader politico, ma non è mai stata più vera di oggi per Matteo Renzi, il primo ministro italiano sotto attacco. Eppure, dopo la vittoria di Trump, dopo il voto pro Brexit, rimane il leader del G8 con più probabilità di bilanciare i trend che stanno portando l’Occidente verso il protezionismo economico e politico.

Renzi è il più giovane tra i leader del G8. Quella descrizione, qualunque sia il suo valore simbolico, potrebbe presto adattarsi al primo ministro Trudeau, se il referendum sulla riforma della Costituzione italiana del prossimo 4 dicembre finisse in secca. In quel caso, gli interessi del Canada nell’assicurarsi la ratificazione del Ceta o anche nell’ottenere il supporto di un alleato europeo indispensabile per accaparrarsi un posto nel Consiglio di Sicurezza potrebbero subire una dura battuta d’arresto.

L’ambiente politico italiano, quando è al meglio, assomiglia a una vasca di squali: chi lo abita deve continuare a nuotare ed evitare di farsi male, o potrebbe scatenare la furia degli animali affamati. La sopravvivenza è virtualmente impossibile.

Per Renzi, questi non sono bei tempi. Ha puntato il suo personale futuro politico sulla scommessa di ristrutturare la struttura dell’apparato di governo italiano, inizialmente con – a quanto sembrava – il sostegno generale.

E perché no? Quando è emerso come primo ministro appena due anni fa, il Paese era instabile a causa della recessione economica, degli squilibri fiscali nelle operazioni di governo, dei bond svalutati, di una scarsa (e in declino) reputazione in Europa e del tradimento di giganti dell’industria che, come la Fiat, stavano lasciando l’Italia per pascoli più verdi.

Il “solare ottimismo” di Renzi, la sua vigorosa agenda, la sua volontà di accogliere chiunque nella costruzione di “coalizioni” e la sua manifesta preparazione su varie questioni (interne e internazionali) gli hanno fatto guadagnare il sostegno da più parti. Il suo approccio energico, da “soldatino”, sembrava poter tamponare il flusso di sangue.

Ma è dell’Italia che stiamo parlando, un Paese relativamente piccolo il cui Pil è circa il 120 per cento di quello del Canada – una volta si avvicinava al 200 per cento, nonostante il Paese abbia poco in termini di risorse naturali.

Il 95 per cento delle sue industrie rientrano nella categoria delle piccole imprese o dei business di famiglia. La politica sembra incapace di massimizzare il grande potenziale turistico. I sindacati e altri interessi trincerati provocano “protezionismo” e sfiducia a tutti i livelli. I separatisti al nord e i regionalisti al sud rendono l’attività decisionale politica un’arte che né Leonardo né Michelangelo avrebbero potuto interpretare o Machiavelli descrivere.

L’apparato politico del Paese praticamente chiede a gran voce cambiamento e semplificazione mentre alcune sfide, che siano nate altrove o al di là del controllo dell’uomo, mettono a dura prova determinazione e risorse.

Negli ultimi due anni il tasso di disoccupazione tra i millennial e le donne in alcune parti del Paese è salito oltre il 55 per cento. Gli emigrati sono in media 100.000 all’anno. I rifugiati arrivano in massa, al ritmo di 160.000 l’anno. Negli ultimi due mesi, addirittura tre terremoti hanno devastato alcune zone del Centro Italia.

Sul versante politico, ex primi ministri e leader di partito stanno tornando alla ribalta e gli stanno alle calcagna. Sentono l’odore del sangue nell’acqua. Renzi è ora accusato di aver presentato un “processo viziato” per l’approvazione. Il suo “peccato”? La proposta costituzionale non sarebbe “perfetta”, dicono. Meglio buttare l’intero percorso della riforma e cominciare da capo, dicono.

Presumibilmente, non succederà con Renzi. Rimangono tre settimane di campagna referendaria. Renzi, ora adeguatamente attaccato alla proverbiale bandiera, deve nuotare molto più veloce per sopravvivere.

(Martedì 15 novembre 2016)

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