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La Vallonia ha agito come le Province canadesi

La Vallonia ha agito come le Province canadesi

La Vallonia ha agito come le Province canadesi

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – È troppo facile dare la colpa alla Vallonia e al Belgio per il collasso del processo di ratifica del CETA. Il processo era chiaro sin dall’inizio: i corpi legislativi locali avrebbero avuto un veto virtuale – e come è avvenuto, effettivo – su ogni accordo strutturato.

Noi non avremmo dovuto aspettarci niente di meno da operazioni di uno “stato federato” come l’Europa. O come il Canada, in questo caso. Se l’accordo è importante per qualcuno, lo è per i canadesi. I benefici di uno scambio virtualmente a tariffa zero di beni tra il Canada e l’Europa sarebbe sicuramente andato a favore dei produttori canadesi almeno quanto di quelli europei. Altrimenti, che senso avrebbe avuto?

I valloni stanno seguendo la strada di difendere i loro locali interessi di lungo corso di fronte ai potenziali interessi più grandi per una collettività più ampia. È una prospettiva che i canadesi conoscono molto bene.

Quando l’amministrazione Mulroney negoziò il Free Trade Agreement (FTA) con gli Usa, lui ebbe bisogno di acquisire il buy-in dell’industria della frutta nel Sud Ontario.

Quello ebbe dei costi nei sussidi ai produttori di vino, tra gli altri, per incoraggiare loro alla transizione delle loro aziende per farle diventare più competitive di fronte alla competizione americana. Lo fecero; alcuni con maggiore successo rispetto ad altri.

La vera questione, però, era l’abbandono della tradizionale Canadian National Policy (conservatrice) che puntava a definire il Canada commercialmente attraverso sussidi e politiche preferenziali che avrebbero favorito il sostegno industriale e dei trasporti del Canada Est-Ovest. C’era un prezzo.

Non passò molto tempo per la partnership FTA prima che crescesse lungo i vantaggi strutturali di una partnership coordinata e accresciuta. Una che supervisionasse la gestione continentale dello sfruttamento delle risorse naturali, della capacita delle risorse umane e del settore dell’innovazione. Entro il 1992, il FTA venne accresciuto per includere il Messico nel North America Trade Agreement (NAFTA).

Alcuni settori industriali dovevano essere compensati. Altri, dovevano ricevere in deroga un sostegno andando avanti. Altri ancora – il settore caseificio in particolare – lottò per l’esclusione.

Gli interessi di legname e grano calibrarono argomenti per entrare o per l’esclusione. Gruppi provinciali, territoriali e aborigeni lottarono per mantenere i loro diritti peculiari – alcuni acquisiti, alcuni costituzionali.

C’era, certamente, il famoso requisito del CanCon (il componente canadese) nel manifatturiero per proteggere gli interessi locali.

A volte, ci si chiede se tutte le considerazioni che sono andate nella costruzione della nazione (e codificate in leggi, autorità giurisdizionali e costituzionali) siano state messe da parte con l’emergere di accordi commerciali settoriali, continentali e pan-(spazio da riempire) con i loro meccanismi di risoluzione del conflitto.

Per alcuni, la fermezza della posizione dei valloni di fronte ai maggiori interessi europei può sembrare ostinata e avida o indicativa di una debolezza della Federazione Europea. Per altri, come gli interessi dietro la sfida di Galati all’accordo del Ceta, è una questione del pesce piccolo che si erge per difendere i diritti costituzionali.

Dovremmo prendere alcune pagine dei processi dell’FTA e del NAFTA per capire meglio i nostri prossimi passi.

(Mercoledì 26 ottobre 2016)

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