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Il megalomane che vorrebbe essere re, imperatore, dittatore o presidente

Il megalomane che vorrebbe essere re, imperatore, dittatore o presidente

Il megalomane che vorrebbe essere re, imperatore, dittatore o presidente

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – C’è sempre qualcuno, non tutti, che aspira ad essere il leader del gruppo. L’ego è importante. Così lo è il talento di misurare ed emergere dal campo. Come lo è l’abilità di passare lo scrutinio di coloro che sarebbero governati.

Nelle società democratiche, una lista di test (esperienza, servizi, dibattiti…) serve come misura per capire se uno valga o meno per quel lavoro al vertice.

Un uomo la cui mente era davvero invidiabile – Dante Alighieri – ammonì secoli fa che l’obiettivo della vita di un uomo dovrebbe essere inseguire la conoscenza e battersi per le virtù (merito). In un processo formale di selezione-elezione i “dibattiti”, gli scambi delle idee e direzioni da seguire, sono a volte indicatori cruciali di quel merito o valore.

Dante, che non era certo timido o modesto, era il proverbiale “uomo tra gli uomini” del tardo Medioevo-inizio Rinascimento europeo. Era un attivista politico, un accademico, un poeta, un filosofo, un soldato, un imprenditore. Per lui, la virtù significava esercitare tutte le qualità che costituiscono la mascolinità (o la femminilità): quello che ti fa essere ciò che sei.

L’Italia di Dante era una società violenta e senza limitazioni, anche se il “Paese” era secoli avanti rispetto al resto del mondo nella cultura, nel commercio e nell’innovazione. Gli uomini davvero vivevano come “bruti”: darwiniani, primitivi, intemperati e spietati.

Tali istinti, buoni per la sopravvivenza o il successo, non facevano e non fanno i leader.

Hillary Clinton e Donald Trump sono entrati nel secondo dibattito, lunedì sera, per la presidenza del più importante Paese della costellazione delle Democrazie Occidentali. Dante sarebbe stato spietato nella sua valutazione.

Donald Trump, la cui campagna sta già soffrendo delle ferite auto-inflitte provocate da tattiche discutibili (messe a punto per definire e alimentare una base di sostenitori) e viste in molti circoli come mancanza di tolleranza e visione, ha avuto un’altra possibilità di ripartire.

Il dibattito infatti è stato solo riguardo lui, riguardo la sua capacità cranica di superare gli impulsi di testosterone.

Non molto da dibattere. La sua performance era la conferma di tutte le cose negative che lui porta sul tavolo. Ha attaccato incoerentemente ogni volta che veniva messo alla prova dal suo avversario o dai moderatori.

Sulla [gravissima] questione della oggettivazione e degli abusi sulle donne la sua risposta era: si trattava di 11 anni fa… erano chiacchiere da spogliatoio… non riflette quello che sono oggi; oltre a questo, Bill Clinton (il marito di Hillary) era peggio (20 anni fa)… e lei lo ha coperto… Come prova pre-dibattito, lui ha portato avanti quattro donne che avevano avanzato accuse, all’epoca, contro il marito di Hillary. La risposta di Hillary? “La domanda riguarda ciò che TU sei. Gli americani devono decidere se anche loro sono così.” Da quel momento è il dibattito e’ andato in discesa.

Trump l’ha accusata di essere stata una bugiarda, una faccendiera, una incompetente, un diavolo, una criminale che dovrebbe essere in prigione. Infatti, lui ha promesso che nel caso di vittoria alle elezioni la farebbe indagare e la farebbe incarcerare. Le sue tattiche aggressive verso i moderatori, le lamentele su presunti favoritismi contro di lui non gli avranno certamente fatto aumentare il sostegno.

Insieme al suo gironzolare come un orso affianco o sopra un avversario comparativamente minuto, questo potrebbe aver contribuito all’immagine di Trump come un minaccioso bulletto di strada. La sua superficiale bocciatura del suo Vice Presidente ha blindato quell’impressione.

L’America ha alcuni problemi seri. Trump insiste che lui solo può risolverli – qualsiasi essi siano. Clinton ha preferito prendere la strada maestra e lasciare che l’implosione della campagna di Trump si avverasse da se.

La sfilata di Repubblicani che abbandonano le fila di Trump suggerisce che nemmeno essi si sentono “bruti” dell’America secondo Trump.

(Martedì 11 ottobre 2016)

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