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Fronte del No, manca la credibilità

Fronte del No, manca la credibilità

Fronte del No, manca la credibilità

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – La cittadinanza, la riconosciuta carta di appartenenza a una organizzazione nazionale – un Paese – vale qualcosa solo quando è rispettata o viene esercitata, come alle urne.

Il fronte del NO in questa fase del Referendum sulla Costituzione ha iniziato a vedere gli Italiani che vivono all’estero come il mortale nemico mortale dei suoi interessi. È strano, e poco lungimirante, vedere la Diaspora come un nemico oggi per poi avvicinarlo come un alleato indispensabile domani, ai fini del branding commerciale internazionale del Paese, il “Made in Italy”.

Sto divagando, ma questo pensare insensato è purtroppo ciò su cui i visionari dell’Italia contemporanea si appoggiono. La domanda dalla nostra prospettiva è stata davvero semplice: se il marcio in una infrastruttura politica è nello stesso sistema obsoleto riconosciuto tale, e attualmente in vigore, fa senso mantenerlo così com’è oppure preferibile cambiarlo?

Uno non ha certo bisogno di una laurea per rispondere alla domanda, ma visto che siamo su questo argomento, forse uno dei problemi dell’Italia sta nella penuria di risorse stanziate per le infrastrutture accademiche e per la ricerca scientifica. Come si dice in agricoltura, si raccoglie ciò che si semina.

Coloro che sostengono che chi vive all’estero non abbia le capacità accademiche-intellettuali per capire “la complessità della governanza e i valori di efficienza” dovrebbe riflettere per un momento sulle basi della loro stessa credibilità.

Secondo il ranking mondiale QS delle migliori università, solo UNA università italiana entra nelle prime 200: il Politecnico di Milano, al numero 183. La stessa organizzazione nomina OTTO università canadesi tra le migliori 200; sei di queste davanti al Politecnico; quattro nella top 100 e tre nella top 50.

Un’altra organizzazione che classifica le università, Times Higher Education, allo stesso modo piazza OTTO università canadesi tra le prima 200; tre di queste nella top 50 e altre tre più in alto di una delle uniche due DUE università italiane che meritano di essere menzionate , pero’ al numero 137 e al 190. I risultati sono stati controllati e realizzati dalla Price Waterhouse Coopers, una societa’ di verificazione internazionale.

Parlando di controlli, uno dei critici fra i piu’ accaniti contro la Diaspora, e che adesso guida il coro di presunti brogli elettorali fra altre accuse da parte della confraternita’ Diaspora, non è niente di meno che un editorialista del Fatto Quotidiano. Lui è stato condannato per frode e abuso di potere nel 2015. Ha scontato una sentenza di quattro mesi come ospite di una prigione di Stato.

È dove Alessandro Pace, un magistrato costituzionalista e capo del fronte del NO, minaccia di mandare tutti gli Italiani che votano dall’estero, se il NO dovesse perdere.

Lui impugnerà il voto e lo porterà in Corte se il NO perderà. Questo è molto più importante per lui che il messaggio dei 450mila italiani emigrati negli ultimi 5 anni stanno portando con il loro esodo: il sistema che lui difende così religiosamente li ha traditi!

Uno sarebbe tentato di chiedere in quale università lui e il sopracitato giornalista si siano laureati. Ma il premier Renzi lo ha detto bene: “non serve una laurea per vedere l’ovvio”.

Alcuni di noi che hanno speso una vita in uno stato federale dove il cambiamento è un fatto della vita, e dove i processi democratici esistono per guidare quel cambiamento, hanno delle difficoltà nel cogliere pienamente la veemenza e la ripicca con i quali le posizioni del NO vengono adesso avanzate.

È il caso della posizione ondivaga di Massimo D’Alema. L’ex premier ha inviato una missiva alla Diaspora chiedendo di votare per il NO perché la riforma non è ne’ perfetta né utopistica. Oh, educatamente, ha aggiunto che ne aveva abbastanza della politica italiana e che avrebbe indirizzato il suo futuro a Bruxelles, a prescindere dal risultato del voto.

Grazie dell’impegno. Ma l’Europa potrebbe essere già morta se il fronte del Sì venisse sconfitto.

Che farebbe dopo?

(Mercoledì 23 novembre 2016)

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