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Deportazione, trattiamo tutti allo stesso modo

Deportazione, trattiamo tutti allo stesso modo

Deportazione, trattiamo tutti allo stesso modo

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – Ci dovrebbe essere tolleranza zero verso delinquenti, organizzazioni criminali e loro associati. È un punto di vista che condivido. È ciò che un senior Mp e altri burocrati dissero quando chiesi loro consiglio su un caso di “clemenza” che mi era stato presentato a nome di un elettore.

L’atteggiamento era “bianco e nero”, senza spazio per le zone grigie. Io ero nuovo.

L’elettore (lo chiamerò L.C.) era un trentenne, sposato con una [ango-]canadese da cui aveva avuto due figli nati in Canada. Era arrivato qui da bambino, a tre anni. Il Canada era la sua unica casa, l’inglese la sua unica lingua.

Cresciuto qui, andato a scuola qui, era beatamente incosciente del suo status di cittadinanza finché non è stato arrestato e condannato per possesso di marijuana con l’intento di spaccio di una sostanza illegale. È andato in galera per questo reato.

Lo richiedeva la legge, e ancora lo richiede, nonostante dispensari “legali” stiano spuntando come erba (scusate il gioco ci parole) nella nostra città e altrove nel Paese.

Ma a volte la legge sembra essere applicata diversamente. Ho pensato a lui la settimana scorsa, quando la “questione” Michele Torre – “permanent resident” del Canada per gli ultimi 50 anni che ora si trova davanti alla deportazione – è riemersa “dal nulla”.

Kelly Leitch, candidata alla guida del partito conservatore canadese, sembrerebbe esemplificare questa “applicazione discriminatoria” della legge. Vuole che gli immigrati provino la loro fedeltà al Canada. È per salvaguardare i valori canadesi, sostiene lei. E per proteggere il Canada da quelli che vorrebbero danneggiarlo.

Come i due candidati nelle elezioni per il sindaco di Toronto del 2010, ho pensato io. Uno era ex ministro del gabinetto provinciale e cocainomane (“Faccio uso di party drugs”, aveva confessato). L’altro, che vinse, faceva anche lui uso di droghe e confessò di avere una dipendenza da cocaina mentre era ubriaco. Questo illustra almeno uno dei valori canadesi.

Nessuno dei due venne trovato colpevole di possesso di sostanze illegali. Chi avrebbe accusato un ministro o un sindaco? Si potrebbe sostenere che la loro dipendenza, sostenuta di fatto da fornitori legati a organizzazioni criminali internazionali, dovrebbe metterli sulla stessa barca del signor Torre.

Il Corriere Canadese non terrà questo punto. Tuttavia i loro nomi non suonavano stranieri, ed erano nati qui – dove avrebbe potuto deportarli il Canada? Qui c’è una lezione per quelli come Torre, che, per qualunque motivo, non prese la cittadinanza quando, per la prima volta a 19 anni, ne aveva avuto la possibilità: diventa cittadino e non dovrai pagare due volte.

Ciononostante, è un po’ strano che note organizzazioni criminali e i loro associati (le gang di “biker”, per esempio) non siano presi e messi dietro le sbarre, o deportati. Non che si diano alla macchia o nascondano quello che fanno per guadagnare soldi. Possono “corrodere“ i valori canadesi nella massima tranquillità.

È poco probabile che qualcuno voglia prendere le difese di Torre, ma si è tentati di chiedersi dove siano quelle associazioni italocanadesi che hanno uno (spesso autoproclamato) ruolo guida nel parlare per i princìpi e le persone della comunità: il National Congress of Italian Canadians, il Comites, il Cibpa, Villa Charities… la lista continua.

Sembra che non trovino un “principio” da difendere o almeno mettere in discussione. Non sono matricole.

Ho perso le tracce di L.C. ma negli anni, con molta più esperienza, ho ascoltato con empatia e agito con maggiore indipendenza ed efficacia in altri casi di “clemenza” presentati da genitori portoghesi, greci, israeliani e sì, anche italiani. I loro figli avevano “preso una brutta strada”, pagato il loro pegno, ma appena lasciavano gli hotel di Sua Maestà venivano spediti in un altro Paese.

I loro genitori riconoscevano che erano tornati da clandestini, ma ora erano affidabili e dei gran lavoratori. Sono testimoni di questi buoni “valori canadesi”. Perché rimandarli indietro e punire ulteriormente i loro genitori e le loro famiglie?

Sarebbero solo di qualche anno più giovani di Torre. Come lui, non venivano da un luogo di “valori condivisi”, ma questo non giustifica i loro reati. La condanna li squalifica per la residenza permanente e la cittadinanza.

In qualche modo questo dettaglio è stato messo da parte nel caso di Conrad Black. Ci si ricorderà che aveva rinunciato alla cittadinanza canadese per entrare nella House of Lords inglese.

Nessun problema, finché non viene accusato e condannato di frode e ostruzione alla giustizia. È stato 37 mesi in carcere negli Stati Uniti. Questo normalmente gli avrebbe dovuto impedire di rientrare in Canada, ma un ex ministro dell’Immigrazione (non io) gli ha rilasciato un visto da rinnovare ogni anno. La clemenza fa parte del sistema, come dicono.

Il signor Black è stato sufficientemente riabilitato che altri cittadini e imprenditori gli hanno offerto posizioni nelle loro aziende, incluse conduzioni di programmi. È ciò che succede quando persone e associazioni parlano nel tuo interesse.

(Martedì 13 settembre 2016)

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