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Iran, folla oceanica ai funerali di Soleimani

Iran, folla oceanica ai funerali di Soleimani

TEHERAN – Tre giorni di lutto nazionale in Iran ed una folla oceanica, stimata in oltre un milione di persone, al corteo funebre svoltosi nella città di Ahvaz, al grido di “morte agli USA”.

Qasem Soleimani, il generale ombra, il cavaliere oscuro, il guerriero imprendibile, ma soprattutto il “martire vivente”. Molte sono state le definizioni attribuite al comandante delle brigate al-Quds, le unità speciali appartenenti al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ucciso – giovedi scorso – nell’attacco statunitense avvenuto nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, in Iraq.

Soleimani, morto a 62 anni, è stato il responsabile delle operazioni all’estero della Repubblica Islamica iraniana, dalla lotta contro lo Stato Islamico, al puntellamento dell’Iraq post-Isis, fino all’assedio di Aleppo ed alla riconquista della Siria a favore di Bashar al-Assad.

Ma per i dissidenti iraniani e per molti Stati occidentali Soleimani era soprattutto l’esecutore di sanguinose repressioni militari avvenute negli ultimi anni, come quella di novembre scorso, quando scoppiarono proteste in tutto il Paese – dopo il repentino aumento del costo della benzina – manifestazioni presto soffocate nel sangue, con centinaia di vittime e migliaia di arresti.

Dal momento della sua uccisione Soleimani è subito diventato – per il presidente iraniano Hassan Rouhani ma soprattutto per la suprema guida religiosa, l’ayatollah Ali Khamenei – la figura attorno la quale Teheran può ricompattare un Paese estremamente diviso al proprio interno, anche per effetto della pesante campagna di pressione statunitense e di sanzioni internazionali alla base del peggioramento delle sue condizioni economiche ed all’aumento del malcontento.

A livello regionale, l’ardita mossa statunitense rischia di dare origine a una nuova ondata di destabilizzazione, i cui effetti si riverbereranno – con ogni probabilità – ben oltre i confini iraniani.

Dalla sua residenza di Mar-aLago, Trump ha supervisionato l’operazione che ha portato all’uccisione di Suleimani, del generale Abu Mahdi al Muhandis e degli altri militari iraniani presenti nel convoglio attaccato dai droni statunitensi nei pressi dell’aeroporto della capitale irachena.

Trump avrebbe dato il via libera all’opzione presentatagli dal Pentagono già qualche giorno prima, dopo essersi consultato con il Segretario di Stato Mike Pompeo e con altri membri dell’amministrazione.

La decisione sarebbe stata presa alla luce della recente escalation di violenza registratasi a Baghdad e culminata – la scorsa settimana – nell’assalto all’ambasciata statunitense, condotto da miliziani iracheni collegati all’Iran.

A spingere Trump e gli Stati Uniti ad intraprendere un’azione così gravida di rischi e dalla fragile giustificazione legale potrebbe essere stata una miscela di calcoli di politica interna e di politica estera.

Da una parte, l’uccisione del principale agente operativo del Medio Oriente, nonché architetto della strategia regionale iraniana, è un ’trofeo’ che Trump può presentare ai cittadini statunitensi nell’anno elettorale appena iniziato.

Dal punto di vista della politica estera, invece, Trump ha agito in ossequio alla strategia della massima pressione, alla base della quale c’è l’idea che un Iran indebolito e piegato possa soccombere alle richieste di Washington.

La mancata risposta statunitense agli attacchi – attribuiti all’Iran – come quello dello scorso settembre, contro gli impianti petroliferi della Saudi Aramco in Arabia Saudita, avrebbe trasmesso a Teheran un messaggio di impunità, in base al quale l’Iran si sarebbe sentito legittimato ad agire senza il timore della “punizione” statunitense.

Colpendo una figura di spicco come Soleimani, Washington avrebbe invece ripristinato quella ’deterrenza’ perduta negli ultimi mesi, culminata col disimpegno statunitense – al termine della scorsa estate – dal fronte siriano, a vantaggio della Turchia, e implicitamente dell’Iran.

Come prevedibile, la Repubblica Islamica ha promesso che l’assassinio di Soleimani non rimarrà impunito. Grazie all’ampia rete di miliziani attivi in tutto il Medio Oriente, ed alle notevoli competenze in campo di cosiddetta guerra asimmetrica – tra cui quelle in ambito cibernetico – l’Iran dispone della capacità di colpire obiettivi mirati statunitensi nella regione.

Possibili bersagli sono anche gli alleati degli Usa nella regione, Israele e i paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.

La regione è ora esposta ad una ulteriore ondata di grave instabilità ed il primo Paese a farne le spese sembra essere il fragile Iraq, terreno su cui ora si sta verificando il confronto Usa-Iran.

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