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S’infiamma la corsa verso il referendum

S’infiamma la corsa verso il referendum

S’infiamma la corsa verso il referendum

dell’Onorevole Joe Volpe, Editore

TORONTO – Tra qualche giorno sapremo la data esatta del referendum costituzionale in Italia. Allora cominceranno veramente i fuochi d’artificio da entrambe le fazioni. E sarebbe ora. Modificare o intervenire sui principi e i meccanismi attraverso i quali un popolo governa se stesso è, per usare un’espressione inglese, “un affare bello grosso”.

Il Canada ha vissuto un’esperienza simile nel 1980 e ancora, più pericolosamente, nel 1995. I canadesi di origine italiana si presero seriamente le proprie responsabilità in quell’occasione. Ma su questo tornerò più avanti.

Nella farsa che sta precedendo l’annuncio, alcuni, come si dice, si stanno facendo “prendere i cinque minuti”, perché l’ambasciatore americano in Italia ha detto pubblicamente che un voto per il No equivarrebbe al disastro per il Paese, per l’Europa e presumibilmente per tutto ciò che ne consegue. Forse.

Gli americani sono sempre interessati a quello che succede in Italia. Non si trattengono dall’esprimere le loro opinioni a riguardo – a riguardo di tutto, in realtà. In questo caso, Jim Messina, consulente americano alla cui azienda è stata commissionata la guida della campagna referendaria, avrebbe chiesto al suo ex capo, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, di “dargli una mano”.

Il presidente Obama ha assecondato la richiesta: il premier Renzi è stato invitato a una cena di Stato alla Casa Bianca (non al livello di una visita di Stato, ma comunque importante da un punto di vista di Pr, per la “bella figura”), e l’ambasciatore John Phillips ha rilasciato i suoi commenti. Dato che ufficialmente ancora non c’è nessun referendum in corso, non si è trattato di “violazione del protocollo diplomatico”.

Forse questo “non-intervento” americano funzionerà in Italia, un Paese in cui ogni cosa americana è a priori introdotta nell’Olimpo e si vede riconosciuta la venerazione ossequiosa di solito riservata alle divinità. Per gentilezza tendiamo a dimenticare che in Italia si trovano sette (7) basi militari americane operative (una dell’aviazione, due dell’esercito, quattro della marina). Sapremo presto se le opinioni americane sul risultato del referendum avranno un certo impatto.

Ma saranno gli italiani a decidere, come fecero gli abitanti del Quebec nel 1995.

Allora un giovane e affascinante presidente Clinton con la moglie Hillary si precipitarono a Ottawa nell’inverno precedente al referendum. Il presidente parlò al Parlamento canadese e in termini garbati ma decisi espresse la preferenza dell’America per un voto a favore di rimanere in Canada, aggiungendo “elegantemente” che ovviamente solo i canadesi (residenti in Quebec) avrebbero deciso.

Aveva ragione. Un notevole, storico 93,52 per cento dei 5.087.009 aventi diritto si presentò in effetti alle urne – smartphone, Twitter e Facebook non si misero tra i piedi. Si decise sul filo di lana: il “rimanere in Canada” vinse con un margine di appena il 50,58 per cento contro il 49,42 – appena 55mila voti.

Un risultato reso possibile dagli elettori anglofoni e allofoni (né inglesi né francesi ma etnici): il 95 per cento di loro andò a votare in supporto del Canada.

Una affluenza simile degli elettori col passaporto italiano attualmente residenti in Canada (circa 76mila solo nella Gtha) potrebbe avere un impatto analogo sul risultato del referendum in Italia.

Alla fine tutto dipenderà da quale fazione riuscirà a coinvolgere meglio i propri sostenitori. Per ora, in Canada, due dei tre parlamentari e senatori eletti al Parlamento italiano, l’onorevole Fucsia Fitzgerald e il senatore Turano, hanno preferito tacere, lasciando il campo alla parlamentare La Marca.

Potrebbero farsi avanti dopo, quando ci si sarà dimenticati del loro ambasciatore americano e si inizierà a fare sul serio.

Se l’esperienza canadese, registrata nella tabella in questa pagina, è di qualche indicazione, nessuno in Italia dovrebbe dare per scontato il risultato del referendum. Per usare un’altra espressione usata nel calcio, “la partita non è finita finché l’arbitro non fischia la fine”.

(Lunedì 19 settembre 2016)

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