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Lo sbaglio di Renzi: la personalizzazione del voto referendario

Lo sbaglio di Renzi: la personalizzazione del voto referendario

TORONTO – Nelle sue intenzioni, doveva essere il jolly capace di fargli vincere la partita. Alla fi ne dei conti, è stata la pietra tombale che ha posto fi ne alle sue speranze riformatrici. La personalizzazione del voto ha pesato in modo signifi cativo sui destini di questo referendum costituzionale. La portata della riforma, che poteva essere presentata come un intervento necessario su un testo costituzionale per certi versi ormai obsoleto e superato, in queste consultazioni è passata in secondo piano, dal momento in cui Matteo Renzi ha deciso di legare il proprio destino politico agli esiti del voto del 4 dicembre. Lo stesso identico errore commesso da David Cameron sulla Brexit dello scorso giugno.

Invece di promuovere un dibattito costruttivo sulla necessità – vera o presunta – di rimodernare il testo costituzionale e gli assetti istituzionali ponendo fi ne al bicameralismo perfetto, lo scontro negli ultimi mesi ha preso la forma di un plebiscito pro o contro il presidente del Consiglio.

I significati della riforma sono stati completamente sviliti, i partiti e i loro leader si sono continuamente confrontati non sulle sfi de messe in gioco dal quesito referendario, ma sul futuro del governo, sul destino del segretario del Partito democratico, sugli assetti della maggioranza, sulla necessità di porre fine a questa legislatura e tornare alle urne.

La personalizzazione del voto voluta dal premier non ha pagato. È stato sin troppo facile per il Movimento Cinque Stelle e per le mille sfumature della galassia della destra italiana aizzare l’elettorato contro Renzi. E nel fronte del No si sono così coagulate posizioni ultra legittime – l’Anpi prima di tutti, poi le forze sociali, una parte dell’intellighenzia, un nutrito gruppo di costituzionalisti – che hanno analizzato la riforma e l’hanno bocciata nella sostanza, insieme ad altre pulsioni partitiche che invece hanno detto No al quesito referendario per un mero calcolo politico, a partire dalla tentazione – irresistibile – di mandare a casa il presidente del Consiglio.

Questa dinamica è ben visibile, per altro, nell’andamento dei sondaggi che hanno preceduto il voto. Dal novembre 2016 al marzo 2016, nei sedici sondaggi e ettuati dai principali istituti demoscopici italiani il Sì era in testa in quindi occasioni, con picchi del 74 per cento.

Da aprile a settembre – il periodo in cui Renzi ha deciso di giocarsi la carta della personalizzazione del voto – abbiamo poi assistito a una netta inversione di tendenza, con un sostanziale testa a testa tra i due Fronti e scarti mai maggiori di 4-5 punti percentuali a favore del Sì o del No.

Poi, in autunno, c’è stato un crollo delle intenzioni di voto favorevoli alla riforma Renzi-Boschi. In ben 69 sondaggi che hanno avuto un campione uguale o superiore a 800 intervistati, il Sì è stato in testa solamente in due occasioni, mentre in una si è registrato un pareggio statistico. Per il resto, il No è stato sempre in vantaggio. In ogni caso, lo scarto tra i due fronti non è mai stato così ampio come quello che poi si è avuto il 4 dicembre alle urne.

In definitiva la strategia del presidente del Consiglio non ha dato i frutti – da lui – sperati. L’accelerazione dell’approccio “dell’io contro tutti, che negli Stati Uniti ha funzionato tanto bene con Donald Trump (in un contesto ovviamente diverso) in Italia invece è stata la rovina per le aspirazioni referendarie.

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