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Leitch come Trump, il brand tory in pericolo

Leitch come Trump, il brand tory in pericolo

Leitch come Trump, il brand tory in pericolo

di Francesco Veronesi

TORONTO – Il ciclone Kellie Leitch si è abbattuto sul Partito Conservatore. E la corsa alla leadership dei tory, partita in sordina per mille motivi – mancanza di candidature di peso, scarso interesse, sondaggi che fotografano un partito alle corde e in un grande difficoltà – si è improvvisamente ravvivata.

Nei giorni scorsi la deputata di Simcoe-Grey aveva lanciato la bomba, proponendo di approvare una sorta di test ideologico per gli immigrati desiderosi di venire a vivere in Canada. Un esame – quello formulato dalla Leitch – che dovrebbe in qualche modo misurare il grado di aderenza del potenziale immigrato ai “valori canadesi”.

La controversa proposta non è stata accolta positivamente all’interno del partito. Tra i conservatori è iniziato un regolamento di conti, con gli altri candidati alla leadership che hanno prontamente bocciato l’idea del test ideologico e con la leader ad interim, l’ex ministro Rona Ambrose, a prendere le distanze dalla collega, sottolineando come la “posizione di Kellie Lietch non rispecchia quella ufficiale del partito”.

La mossa della parlamentare è sotto un certo punto di vista “trumpiana”, nella forma e nel contenuto: da un lato – e in questo il magnate americano è un fuoriclasse – ha avuto l’effetto di scioccare l’opinione pubblica, dall’altro è andata a toccare quelle corde – paura del diverso, difesa di una presunta “purezza”, ossessione del pericolo imminente – che lo stesso Trump sta cavalcando da mesi nella sua corsa alla Casa Bianca.

I problemi che nascono da una proposta del genere sono moltissimi. Quali sarebbero i valori canadesi, in una società multietnica, multirazziale e multireligiosa che si basa proprio sull’accettazione e la difesa dei diversi valori? E chi sarebbe il custode di questi valori? Lo Stato, le istituzioni, il governo? E quindi cambiando governo cambierebbe anche l’interpretazione di questi valori?

La lista dei disastri politici, economici e sociali provocati dall’ex primo ministro Stephen Harper è lunghissima. Ma forse la sua colpa maggiore, dopo nove anni di potere, è stata quella di non aver aiutato a far emergere alle sue spalle una classe dirigente conservatrice capace di raccogliere la sua eredità. E la proposta della Leitch ne è un esempio perfetto.

E non sorprende, quindi, che le critiche più feroci all’idea lanciata dalla deputata non siano venute dalla maggioranza liberale, ma dagli esponenti del suo stesso partito.

«Sono preoccupato – non si è nascosto Deepak Obhrai, mp conservatore in corsa per la leadership – perché quando iniziamo a fare domande di questa natura stiamo in realtà andando nella direzione della paura verso l’immigrazione, come recentemente successo con la Brexit o Donald Trump. Non dimentichiamoci che il Canada è un Paese fondato sull’immigrazione e che siamo tutti immigrati, noi o i nostri avi».

Durissimo anche Michael Chong. «Mia madre viene dall’Olanda – ha sottolineato il deputato conservatore – mia padre da Hong Kong. Il focus sulle questioni divisive ci è costato le ultime elezioni. Stiamo parlando di far sottostare il potenziale immigrato a una sorta di test sulla purezza ideologica».

Eppure, nonostante le critiche e le polemiche, la Leitch va avanti per la sua strada. Anche ieri la parlamentare ha difeso con forza la sua proposta, sottolineando come il test ideologico possa rappresentare un sistema di autodifesa del Paese verso chi non condivide i valori canadesi.

Ci ha così pensato un altro candidato alla leadership conservatrice, Maxime Bernier, ad accantonare la proposta una volta per tutte. «Semplicemente non funzionerebbe. Non è un metodo appropriato per capire le reali credenze delle persone, che durante il test potrebbero dare qualsiasi risposta». Con uno spreco di tempo e denaro ingiustificato, senza dimenticare il gravissimo danno d’immagine per il Canada a livello internazionale.

(Venerdì 9 settembre 2016)

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