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Conservatori: un dibattito noioso, freddo e spento

Conservatori: un dibattito noioso, freddo e spento

TORONTO – È ancora troppo pre­sto per dire se ci sia ancora vita nel Partito Conservatore del Ca­nada. Il sistema parlamentare ca­nadese è costruito su un paradig­ma avversariale. Cosi’, senza una identificabile opposizione che si basi su piattaforme ideologiche particolare o su programmatica politica diversa, è difficile giudi­care il valore o la rilevanza delle iniziative di governo.
Senza una Leadership capace di definire ed esprimere punti di vi­sta differenti, tutto accade in un vuoto, come se suol dire. Oppu­re, gli eventi sono episodi esoteri­ci influenzati da forze esterne ol­tre il controllo della popolazione.
Quattordici pretendenti alla le­adership conservatrice – e poi in un secondo momento alla carica di Primo Ministro – si sono scon­trati tra loro nel secondo dibattito a Moncton martedì sera. Alcuni di essi hanno una collina più ripida da scalare rispetto ad altri. Piu’ di uno invece e’arrivato al confronto sprovisto di armi. 

Io ho lavorato con la maggio­ranza dei parlamentari – attuali ed ex – sul palcoscenico di ieri sera. Messe da parte personalità e par­tigianeria, alcuni di loro erano in­dividui la cui amicizia e competenza non sarebbe stata di imba­razzo per nessuno… persone per bene, insomma. 

Ed e’ importante riconoscere che questa è ancora la semplice fase preliminare del processo di selezione. È legittimo che quan­te più persone possibili esprimino un interesse ad esporre le loro i­dee e visioni per il Paese. Dovreb­be essere una cosa buona per tut­ti quanti noi.
Il format ha lasciato parecchio a desiderare, ma questo è compren­sibile visto i numeri e le costri­zioni del tempo. Una breve appa­rizione è il massimo che uno può sperare di ottenere.
Sarebbe stato irrealistico aspet­tarsi che uscissero delle “gemme” in quel tipo di ambiente. Sono ri­masto, comunque, modestamen­te impresso con alcuni candida­ti che hanno offerto un briciolo di fiducia e competenza, che invece non avevano mostrato quando io li conoscevo sei anni fa: Andrew Scheer, Steven Blaney e Michael Chong.

Detto questo, i candidati conservatori ancora devono fare i conti con un particolare essenzia­le: il governo liberale è al potere da appena un anno. Fanno bene a provarci, ma non è affatto facile in questo breve lasso di tempo scari­care i mali della Nazione e del go­verno sulle spalle dei liberali in u­na maniera convincente per gli e­lettori.

Un piano per il futuro, tempe­stivo o meno, è quello che il pub­blico vuole sentirsi dire. I cana­desi non sono ancora pronti per giudicare e mandare a casa que­sto governo. Né sembrano troppo inclini a farsi trascinare da “stra­tagemmi politici”: via le tasse sul­le grandi aziende; imposizione dei “valori canadesi” come precondi­zioni per gli immigrati; gettarsi su questioni regionalistiche o ci­mentarsi in “strategie di imitazio­ne” per attrarre attenzione.
Maxime Bernier probabilmente ha avuto la migliore uscita dell’in­tera serata quando ha critica­to fortemente i nemmeno troppo sottili sproloqui anti-immigrati di Kellie Leitch. Ha voluto intuonare che il Partito Conservatore non ha bisogno di un “Karaoke Trump” o di “politiche karaoke”.

Nemmeno il Canada.

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