Max Bernier ha tolto
ben ventuno seggi
al Partito Conservatore

di Francesco Veronesi del September 24, 2021

TORONTO - Le divisioni a destra sono state pagate a caro prezzo da Erin O’Toole. A tre giorni di distanza dal voto federale, con i dati definitivi di Elections Canada, è possibile effettuare un’analisi comparata delle preferenze totali ricevute dai vari partiti in corsa in tutte le circoscrizioni canadesi. Ebbene, sono 21 i distretti federali dove la somma dei voti per i candidati conservatori e quelli del People’s Party di Maxime Bernier è superiore al totale delle preferenze ottenute dal candidato che alla fine ha conquistato il seggio. In pratica, se non ci fosse stata la spaccatura tra i due tronconi della destra canadese, in questi 21 distretti il candidato conservatore avrebbe vinto.

Ora, questa analisi parte da un assunto ben preciso, quello cioè che l’elettore che ha votato per il candidato di Bernier, in mancanza di alternative, avrebbe dirottato la sua preferenza sul candidato di O’Toole.

Si tratta ovviamente di una generalizzazione, che però ha delle fondamenta solidissime. L’elettore del Ppc difficilmente avrebbe sostenuto il candidato del partito di Justin Trudeau, così come sembra un azzardo ipotizzare un eventuale voto a sinistra, per l’Ndp o per il Green Party.

Ma numericamente, quali sono stati i partiti che hanno beneficiato della spaccatura a destra? Secondo i dati definitivi di Elections Canada, in quattordici distretti è stato il candidato liberale a spuntarla, in sei quello dell’Ndp e in uno quello del Bloc Quebecois. I collegi elettorali in questione si trovano in Ontario - ben dodici - in British Columbia (cinque), in Alberta (due), Quebec e Labrador and Newfoundland (uno in entrambi).

Ora resta da chiedersi come sarebbe effettivamente cambiata la geografia politica alla House of Commons: se da un lato è vero che il Partito Liberale ne sarebbe uscito notevolmente indebolito, dall’altro è verificabile come il partito di Trudeau avrebbe comunque mantenuto una risicatissima maggioranza relativa alla Camera.

I liberali, infatti, sarebbero passati da 158 seggi a 144, i conservatori sarebbero saliti da 119 a 140, i neodemocratici sarebbero scesi da 25 a 19 mentre il Bloc Quebecois avrebbe perso un seggio, passando da 34 a 33.

Insomma, ci saremmo trovati di fronte un’aula parlamentare ancora più frammentata e divisa, con il partito di maggioranza aggrappato a fragilissimi equilibri per continuare a governare.

Ma non solo. In questo momento l’esecutivo guidato da Trudeau, per portare avanti la sua agenda politica come nella scorsa legislatura, ha semplicemente bisogno dell’appoggio indiretto dei neodemocratici di Jagmeet Sing: con i loro voti si raggiunge la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. Con il secondo scenario appena analizzato, invece, la somma dei deputati liberali e ndippini arriva a quota 159, ben 11 in meno rispetto alla soglia necessaria di 170.

Questi indicatori fanno capire quanto sia stato rilevante il risultato elettorale di Bernier che, cavalcando la protesta dei no vax e degli anti lockdown, di coloro che si oppongo ai passaporti vaccinali o che addirittura negano l’esistenza del Covid, ha fatto breccia nell’elettorato canadese, prendendo 834.426 voti, pari al 5 per cento dei votanti.

I Verdi, che a differenza del partito di Bernier sono stati in grado di fare eleggere due candidati, si sono attestati al 2,3 per cento delle preferenze, con 387.456 voti.

Bernier ha già annunciato che il suo progetto politico continuerà anche dopo queste elezioni, al di fuori del parlamento. Trudeau, paradossalmente, ha trovato nell’ex ministro del governo Harper il suo migliore alleato, mentre O’Toole ha pagato e continuerò a pagare a caro prezzo la presenza ingombrante di Bernier a destra, con il rischio di un potenziale spostamento dell’elettorato conservatore nell’immediato futuro.

Nel frattempo dietro le quinte sono iniziate la grandi manovre per la formazione del nuovo governo guidato da Justin Trudeau. Il primo ministro in pectore e il suo entourage sono impegnati in una complicata operazione nella quale si dovrà tenere conto di molti fattori. Il primo, la parità numerica tra uomini e donne, rappresenta il primo ostacolo da superare. Quattro ministre dell’esecutivo uscente non saranno più presenti in parlamento: tre sono state battute nei loro collegi elettorali mentre l’ex ministra dell’Ambiente Catherine McKenna ha deciso di non ripresentarsi, abbandonando la politica attiva. Sarà quindi un percorso tutto in salita, con gli ex ministri che chiedono la conferma e numerosi deputati che chiedono più spazio.

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