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Per un pugno di dollari… in meno

Per un pugno di dollari… in meno

Ibra non conosce il latino, altrimenti dopo la sua prima doppietta a stelle e strisce avrebbe detto:
Veni, vidi, vici”, ossia “venni, vidi, vinsi”.
 
Ci ha messo davvero poco il bombarolo con il gol nella valigia a dimostrare che a 36 anni può sempre fare la differenza in questo soccer dove si gioca quasi sempre alla viva il parroco, con  difese allegre, larghe e lente.
 
E ci ha messo di meno a mangiarsi le mani.
 
In America, infatti, c'è venuto per poco o niente.
 
Laddove Beckham venne ricoperto d'oro, ad Ibra hanno dato un milione  e due.
 
Un milione e due, ossia l'ingaggio di uno qualunque.
 
Lui, che al Manchester United ne guadagnava 15,5 (quindici e mezzo) di milioni si è fatto convincere da Raiola a concedere il disconto e scegliere la Città degli Angeli per i suoi ultimi hurrà.
 
Raiola, procuratore che si è arricchito arricchendo, tra gli altri, quel mezzo bidone sopravvalutato di Pogba, Supermario dalla capa sciacqua, “Dollarumma” e lo stesso Zlatan, dopo la dopietta si è preso la cazziata.
 
«Mi hai mandato qui a giocare per quattro soldi», ha gridato Ibra al manager-magliaro.
 
Quattro soldi perchè il Galaxy già aveva in suoi cosiddetti designated players, giocatori come Giovinco che vengono pagati extra.
 
Ma questo era prima, ora le carte in tavola sono cambiate.
 
Ibra non è un ferro vecchio.
 
Anzi non è malaccio per uno nato un anno prima, ma che la banda azzurra di Pablito Rossi vincesse il mondiale spagnolo.
 
Dopo che il soccer si è genuflesso davanti al bombarolo dal nasone extra large e dai piedi con il tritolo dentro, il suo conto in banca è destinato a salire.
 
Dopo che gli americani hanno scoperto di aver il loro Giovinco di taglia extra large, Raiola si è attaccato alle costole della Galassia, pardon Galaxy.
In qualche modo si troveranno i dollari per Ibra, magari faranno le scarpe ad uno dei famosi designited players o faranno intervenire il presidente con il pagliaio in testa per una dispensa speciale. 
 
Attenzione però: Ibra è nato in Svezia da genitori mussulmani della Bosnia. 
 
Trump coi mussulmani non è che vada troppo d'accordo, per cui nel futuro amerikano di Zlatan ci potrebbe essere qualche zona d'ombra.
In ogni caso, politica a parte, se le ginocchia non gli faranno giacomo-giacomo per strada, Ibra potrà segnare gol con la pala, diventare Mister Soccer America e riportare negli States lo “scudetto” che ora appartiene ai canadesi di Toronto.
 
Ibrahimovic in carriera ha girato parecchio, vincendo scudetti prima con la Juve, poi con l'Inter e quindi col Milan.
 
Ma forse pochi sanno che l'Ajax lo vendette per disperazione alla Juventus (2004) avendo Zlatan rovinato di proposito, in allenamento, la carriera di un suo compagno di squadra spaccadogli cartilagini e legamenti.
 
I suoi momenti peggiori sono stati al Barcellona (Messi giocava, lui in panca) al Manchester United dove era arrivato rotto.
 
I suoi momenti di gloria maggiori li ha vissuti in Italia e sotto la torre di ferro, quella di Parigi, dove era un gigante in un campionato di ranocchie ed escargot (lumache).
Una cosa gli è rimasta sopra lo stomaco, la Coppa dei Campioni.
 
Ora potrà vincere quella versione Concacaf.
 
Ma non sarà la stessa cosa.
 
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