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Nel Bel Paese il freddo si combatteva sotto la coperta

Nel Bel Paese il freddo si combatteva sotto la coperta

Ricordate il braciere, uno come quello nella foto?
In questi giorni di “chitemmuort che fridd fa”, quel simbolo nostalgico di un’epoca ormai lontana, cadrebbe a fagiolo anche se qui, dentro casa, si sta riparati dal freschetto record che ha fatto gelare anche le palle dell’albero di Natale.
Sarebbe, comunque, un aiuto virtuale, di quelli che ci sono senza esserci, fantasmi benevoli delle cose buone e calde della nostra giovinezza.
Quell’attrezzo era composto da tre pezzi.
Il primo era una base circolare di legno che fungeva anche da posapiedi in modo da non restare in contatto con il pavimento sempre freddino o gelato del tutto.
Questa base circolare era come un doughnut, o ciamabella se preferite. 
In mezzo sosteneva il braciere vero e proprio, un recipente rotondo di metallo, grande approssimativamente come una pagnotta di pane da due chili, con due piccole maniglie laterali.
Nel braciere venivano accesi carbone o carbonella. Sulla brace finivano scorze di agrumi, arance, mandarini e limoni, che così profumavano l’ambiente. Nella prima cenere che si formava, finivano mele o patate, che sarebbero state pronte dopo alcune ore.
Il terzo pezzo era una specie di campana fatta con legno leggero. Sulla campana veniva posata una coperta. Poi alè, vecchi, meno vecchi ed anche bambocci, tutti con le ginocchia sotto la coperta. Erano i tempi senza la televisione e la radio, se c’era, era muta, “perchè la corrente costa” brontolavano gli anziani presenti, coloro che oggi i nostri ragazzi chiamerebbero “storyteller” o cantastorie. Normalmente ci intrattenevano con favole popolari e antichissime, dove il re chiedeva ai pretendenti della mano della figlia di portargli “due penne dell’uccello grifone che vive su un albero altissimo e mangia i cristiani come un drago”.
Erano i tempi dell’innocenza, quando ai bimbi si poteva mollare un ceffone, o raccontare fiabe di mostri e di lupi che mangiavano Cappucetto Rosso, senza farli crescere male e spostati di testa.
Quelle serate attorno al braciere nascondevano, comunque, anche due pericoli. Con uno ci si riemetteva la pellaccia, con l’altro ci si perdeva la faccia. Di avvelenamento da monossido di carbonio non me ne ricordo neanche uno. Forse di quei tempi eravamo fortunati, oppure i vecchi di allora avevano abbastanza sale in testa da non fare la fine dei fessi. Ricordo, invece, del pericolo numero due. Erano le “salsicce”, quelle che comparivano sulle gambe dopo un periodo prolugato sotto la campana del braciere. Le salsicce sulle gambe delle ragazze scatenavano l’ironia, ed i primi pruriti della pubertà, dei ragazzi con i pantaloni lunghi. Chi li aveva corti, correva a nascondersi. Farsi vedere con le salsicce alle cosce significava farsi sfottere ferocemente.
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Il braciere nella foto è uno di quelli ancora usati in alcune zone del Bel Paese, dove fa freddo, le abitazioni sono umide e le bolette dell’energia elettrica sono pesantucce.
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Mar Wed ,2017