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La paghetta dove la metto?

La paghetta dove la metto?

Le faccende italiche sono spesso incomprensibili per noi che campiamo lontano dallo Stivale.
Prendiamo il caso di una universitaria di Pordenone che vince la causa intentata al padre perché la paghetta è troppo bassa.
Il caso, direte voi, è strano ma non incomprensibile.
Invece lo è, overamente. 
Seguitemi, e vi convincerete.
Innanzitutto, sapete che significa paghetta?
Il Dizionario Zingarelli la definisce: piccola somma attribuita periodicamente dai genitori ai figli adolescenti per le loro spese.
La paghetta, ci scommetto, io e voi non l’abbiamo mai avuta. Anzi ai nostri tempi la parola e il concetto di stipendiare i figli manco esisteva. Ai nostri tempi, inoltre, appena appena contraddicevi il pater familias, erano quantomeno paliatoni o bastonate a go-go. Ora niente schiaffi e pestoni, ma denunce e carte bollate.
Oggi, comunque, la paghetta esiste anche in Canada, qui si chiama allowance.
Paghetta e allowance si versano agli adolescenti.
Gli adolescenti sarebbero coloro che non sono ancora maggiorenni, traguardo che si raggiunge a 18 anni.
Nel nostro caso la figlia che porta il padre in tribunale tutto è fuorchè adolescente visto che ha 26 anni, ventisei: il genitore le ha tagliato i fondi – dandole 20 euro la settimana – perché è rimasta indietro con gli esami universitari ed è fuori corso.
 Fuori corso significa che non ha sostenuto tutti gli esami del corso di laurea negli anni prescritti. 
Come dire che l’universitaria pordenonina (si dice così o pordenonese, boh neanche Google lo sa) all’università ci andava ogni morte di Papa e sempre tenendosi lontana dalle aule dove i professori erano pronti a fare domande e a esigere risposte.
La ventiseienne al giudice ha detto che 20 euro ogni sette giorni non bastano neanche per un manicure.
Il padre ha ribattuto che la figlia abita con lui, che lui provvede a vitto, alloggio, spese mediche, benzina per la macchina e per l’abbigliamento.
La nubile donna ha fatto presente al giudice che il padre non ha mai avuto problemi finanziari e che quando divorziò dalla madre si assunse il compito del suo mantenimento – all inclusive – anche per vacanze e attività ludiche. Attività ludiche sono, in parole povere, ricreazione e divertimento. 
Il genitore si è difeso dicendo che ha finanche pagato l’affitto di un appartamentino nei pressi dell’università e che ha mantenuto la figlia come una principessa fintato che andava a scuola e dava gli esami prescritti.
La pordenonina ha sostenuto che con il budget attuale non poteva permettersi svaghi e vacanze chiedendo che il giudice imponesse al padre di versarle 2.577 euro al mese.
Il giudice, dopo attenta riflessione, ordina: 500 al mese.
Entrambi scontenti, padre e figlia vanno avanti con altre carte bollate.
La corte di appello di Trieste riduce la paghetta, da 500 a 350.
Pater et filia non condividono la decisione del magistrato, ma continuano a vivere sotto lo stesso tetto, con il genitore a pregare che la figlia si tolga dalle scatole il più presto possibile. 
La morale di questa vicenda tipicamente italica, profondamente triste?
La famiglia non esiste più.
I figli sanno solo chiedere, in questo caso pretendere, senza dare nulla in cambio.
Il rispetto è una parola inesistente nelle diavolerie elettroniche che le nuove generazioni hanno al posto delle mani e… delle teste.
La giustizia italiana funziona male con tendenza al peggio.
Con tanti processi seri da fare, si perde in cause del cacchio, come la presente.
 
Miss Koscialunga
Tanto per curisità, le gambe più chilomtriche della terra le ha una figlia di mamma russa, Ekatarina Lisina (nelle foto). Ekatarina è alta due metri e sei, le sue gambe 1.32, un metro e trentadue centimetri. Vicino a lei una donna normale sembra una nanetta.
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Mar Wed ,2017