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Io ci sto, lo spot dei malpensanti Ipocrisia social nello Stivale, qui da noi è stato turkey-day

Io ci sto, lo spot dei malpensanti Ipocrisia social nello Stivale, qui da noi è stato turkey-day

 Io ci sto. La frase, se pronunciata al tavolo da poker, significa: accetto l'invito, dammi due carte.

Ma se a dire “Io ci sto” è una donna, apriti cielo. I malpensanti si scatenano con battute, insulti, ingiurie, insolenze, offese con la pala.
 La malcapitata in questione si chiama Katia. È manager di una banca del matovano che pensando di fare na bona jobba si è rovinata la vita.
La Katia voleva portare più business alla banca e per farla ha scelto di cantare mentre la filmavano: “Io ci sto,  io ci metto la faccia, ci metto il cuore, ci metto la testa” e presentava una torta “motivazionale”, a forma di cuore. 
Nata come video a uso interno destinato a filiali e clienti, ma diffusa da una mano “infedele” prima su WhatsApp e poi su Facebook, la clip ha catturato l'attenzione del  popolo social, che in men che non si dica l'hanno resa virale. Milioni infatti le visualizzazioni per il team della provincia di Mantova, e migliaia i commenti fra chi si chiede se il video non sia una geniale mossa di marketing, più o meno volontaria, e quanti condannano invece l'iniziativa bollandola come “imbarazzante” e “controproducente”. 
Lo sport è stato definito trash, spazzatura, e questo è incomprensibile per noi che campiamo fuori dallo stivale. Di spot trash la tv italiana è piena zeppa. Anche i giornali non scherzano con donnine vestite di niente, o quasi, baci saffici, parole e frasi lorde pronunciate in diretta, negli orari di punta.
Ora una canzoncina innocua scatena un putiferio, mentre passano sotto silenzio, o quasi, stupri seriali  e violenze a catena su donne e  bambini.
Bravo è chi capisce quest'Italia.
Passando a faccende più “serie”, lo sapete perchè il gallinaccio extra large, con due cosi grossi così che gli pendono, ha un cattatteraccio che ti raccomando? 1) Gli hanno messo un nome che significa stupidone, fessacchiotto, capa sciacqua e lui se ne risente. 2) È destinato ad essere infarinato e fritto, si fa per dire, non una ma due volte all'anno, per il compleanno del Figlio di Colui che poi va Ringraziato mentre cadono le foglie. E un condannato a morte difficilmente è di buon umore, o no?
Il soggetto in questione, lo avrete capito, è il tacchino, turkey per figli e nipoti, pinto per nonni napoletani.
Premesso che al paesello manco lo avevo adocchiato un pinto, meno che meno era mai comparso in tavola. Lì, di tanto in tanto, transitava qualche gallina vecchia che aveva smesso di fare le uova, o qualche gallo che, per raggiunti limiti di età, non aveva più la forza di fare il suo dovere e le pollastrelle restavano come le aveva fatte mammà.
Ma quello era il Bel Paese, terra di santi, poeti, navigatori, magliari e artisti dell'inciucio che sarebbe manovra anche politica, ma non solo, per fregare di più e meglio.
Questo dove campiamo, invece, è la nostra “terranova”, laddove c'è chi ha costruito molte Ville, e chi se le sta fregando con un inciucio canadese che non ha nulla da invidiare alle “inciuciate” made in Italy.
Alè, passiamo al turkey-day.
Io, mi sono sbafato due cosce. La carne bianca mi fa senso. Inoltre è riservata a figli e nipoti. La carne scura delle cosce mi sta bene, non la trovo troppo asciutta perchè l'accompagno con pezzetti delle ultime pummarole sopravvissute alla calura estiva.
Le cosce me le sono pappate, volentieri ma un tantino mi sono dovuto sforzare vista la grazia de Dios comparsa in tavola. Prima c'erano stati stuzzichini di soppressata, che aveva dentro il fuoco, e formaggio percorino arrivato apposta dalla Calabria. Poi tagliatelle alla bolognese, ma modificate alla napoletana perchè il sugo era di stile ragù con braciole di maiale imbottite con sale, pepe, prezzemolo, aglio tritato, formaggio pecorino, qualche oliva nera, senza nocciolo naturalmente, e due ingredienti che la buonanima del nonno pretendeva ci fossero: pezzetti di ginocchio di vaccino e un pizzico di zizza di vacca. Io non ho mai capito cosa fosse il seno di un bovino, ma dell'illustre avo mi sono sempre fidato, generalmente le vecchie generazioni la sanno più lunga delle nuove, pazziarelle elettroniche escluse.
Liquidate le tagliatelle con la gloriosa scarpetta, si passa al piatto forte. Il turkey è arrivato rosolato che sembrava dipinto con l'oro e circondato da contorni di diverse qualità. 
L'abbuffata è gigantesca. Anche i più piccoli ci danno dentro con gusto benchè il turkey per loro non sia una novità, anzi. Perchè se lo pappano anche a Natale, Pasqua ed Epifania. Nelle famiglie italiche la tavola è una chiesa dove si prega mangiando bene e spesso. Tra feste comandate, compleanni, battesimi, cresime, anniversari e matrimoni siamo sempre a tavola. Figuratevi che si festeggia a spese del poveraccio con i “cosi” che gli pendono dal becco anche quando i fetentielli più piccoli hanno finito l'asilo. Mia suocera ha preteso di festeggiare anche il compleanno del cagnolino al quale hanno dato la coscia di tacchino, osso compreso. Io non c'ero, avendo rifiutato di festeggiare un animale mangianodone un altro.
 
                     *Nella foto, Katia e la torta
  
 
 
 
 
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