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Il viaggio del nonno e le “pacchetelle”

Il viaggio del nonno e le “pacchetelle”

È tempo di pummarole. Ed è anche tempo di scuola. I valori del cibo e dell’istruzione – in poche parole dell’italianità – se li portano appresso gli italici, dovunque essi vadano o siano andati e quando. Dentro quei tristi ma meravigliose simboli della nostra emigrazione – le valigie di cartone – c’erano lacrime, cocciutaggine e quei valori che hanno aiutato prima a sopravvivere in terra straniera, poi a creare il futuro per la generazione seguente, e quella prossima.

È tempo di pummarole. Ed è anche tempo di scuola. I valori del cibo e dell’istruzione – in poche parole dell’italianità – se li portano appresso gli italici, dovunque essi vadano o siano andati e quando. Dentro quei tristi ma meravigliose simboli della nostra emigrazione – le valigie di cartone – c’erano lacrime, cocciutaggine e quei valori che hanno aiutato prima a sopravvivere in terra straniera, poi a creare il futuro per la generazione seguente, e quella prossima. Probabilmente nessuno dei vecchi migranti del passato, anche quelli del primo dopoguerra, realizzava di aver portato tra le maglie di lana pesante e qualche pezzo di formaggio anche il seme delle tradizioni, come vivere a testa alta, senza dire vossignoria a nessuno, sindaco, parroco o pezzo da novanta che sia. La chiave che avrebbe aperto ai fi gli la porta dell’avanzamento sociale prima e del benessere poi, era la scuola, il liceo, l’università. Insomma il pezzo di carta. E qui arriviamo al dunque della prima parte del racconto di oggi. In una numerosa e laboriosa famiglia che conosco si festeggiava uno dei ragazzi che a settembre avrebbe iniziato l’università in una città fuori Toronto. Tra i discorsi di auguri, il vecchio nonno, rivolgendosi al nipote ha detto: «Vai ragazzo mio, vai. Hai davanti il mondo, conquistalo. Questo tuo viaggio verso il pezzo di carta è un mio sogno antico che ho portato dal paesello da dove sono partito senza scuole alte e senza quattrini. Vai ragazzo, vai. Non rovinare il sogno di tatone. E che Dio ti benedica». Qui fi nisce la parte diciamo seria di questa puntata. E dopo aver dato da magiare allo spirito, pensiamo allo stomaco: le pummarole. C’è chi le ha fatte e chi le deve fare, ma in tutte le case dove ancora comandano mamme vecchie e nonne più vecchie ancora è d’obbligo comprare, lavare, macinare, imbarattolare e bollire quel frutto polposo inventato in America ma perfezionato e nobilitato a Napoli con le San Marzano e in Sicilia con le Pachinesi. Personalmente di persona a me le pummarole piacciono sia crude che cotte, praticamente in tutte le salse. Ma quelle per le quali vado pazzo sono a pacchetelle, tagliate in quattro parti, fi lettate senza scorza (buccia) e sementa (semi). Per farle ci vuole santa pacienza e ’nu sacco e tiempo, ma ne vale la pena. Alla fi ne è come si fosse messo nel barattolo il sapore del sole. Crude in insalata sono una festa di nozze alla quale gli sposi – la pummarola femmena e il basilico masculo – si offrono in pasto agli invitati, i conoscitori di roba buona, naturale e prelibata assai. Tornando alla salsa, quella normale è roba di battaglia, per il sacrosanto e benedetto sugo ordinario. Quella fatta a pacchetelle, rigorosamente Sammarzano, è il Pelè della salsa, il fuoriclasse, la cosa da leccarsi i ba . Con il barattolino di pacchetelle gli spaghetti al basilico diventano cibo degli dei il cui viaggio verso lo stomaco è una sinfonia di odori e sapori insuperabili. Il che è importantissimo perchè i barattoli con il sole dentro si gustano quanto fuori il cielo è scuro, il sole freddo, colori non ce ne sono eccetto il bianco, e gli odori manco per niente A casa mia le pummarole a pacchetelle le preparava mia suocera, ma ora che l’artrite le ha tolto agilità dalla dita, ci ho provato io personalmente di persona, perchè la signora moglie si è elegamente chiamata fuori dicendo: «Non ho tempo da perdere per questo tuo sfi zio, la salsa normale per tutto l’anno la faccio io. L’altra fattela da solo. Se ci riesci». Ed allora, un pò per non dargliela vinta, molto per non privare la santa panza della specialità invernale, ci ho provato. Armato di un coltellino a lato come un rasoio ho scaldato per quattro minuti tre chili di Sammarzano. Dopo il ra eddamento, ho preso la prima pummarola spellandola delicatamente da sopra a sotto. A spellecchiamento concluso si va al taglio, sempre dall’alto verso il basso, e si hanno le prime quattro pacchetelle. Ad ogni pacchetella deve essere poi asportata la parte superiore, quella dove ci sono i semi. Ad operazione conclusa, si procede a riempire il barattolo fi n quasi all’orlo. Sul tutto si versa un tantino di quell’acqua scolata dalle pacchetelle. Si aggiungono due-tre foglie di basilico, poi si prega che sul piatto invernale di spaghetti al basilico torni a splendere il sole. *Teresina bella, scusami assai se ti ho invaso il campo culinario. Spero solo che la mia “ricetta” sia buona come la tua.

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Mar Wed ,2017