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Il cuppino della memoria

Il cuppino della memoria

Il cuppino della memoria

di Nicola Sparano

È vecchio, logoro e leggerissimo, ma se connette con la coccia, il bitorzolo è garantito. È una reliquia del passato, antico di quasi due secoli. È la memoria dei tempi delle vacche magre e delle famiglie con una morra (moltitudine) di figli. È la traccia dei viaggi dalla povertà alla speranza. È la testimonianza del tempo che fu, quando i migranti erano i nostri nonni, quando l’Atlantico si attraversava, meno male, sulle navi a vapore e non su barconi destinati a trasformare il Mediterraneo in un immenso cimitero. È la prova che gli italiani di una volta, dovunque andassero portavano con se non soltanto le abitudini e le tradizioni del paesello, ma anche utensili preziosi per sfamare la famiglia e tenere a bada i figli più malandrini.

Stiamo parlando del “cuppino”, mestolo in italiano, mescule in Friuli, luppuin nel dintorni della Maiella (Abruzzo), cianfa a Trieste, casu a Monza, minestro a Padova, cheppine (Isola Liri), cunuttari a Catania.

Il mestolo in questione viene da Serra San Bruno (Vibo Valentia), dove da secoli è battezzato cuppinu. Non è un pezzo solo come quelli moderni, ha un manico attaccato al cucchiaio con tre bulloni. L’ho misurato senza riuscire a pesare perché nella bilancia di casa, i grammi non ci sono e l’alluminio in duecento anni è diventato sottile come una ostia, senza perdere robustezza e forza. Ad occhio e croce, pesa quanto un pacchetto di sigarette. Ha un manico lungo 26 centimetri, manico e conca sono 37. La conca, o cucchiaio, ha una circonferenza di 28 centimetri, profonda tre e, se riempita, contiene esattamente 250 grammi di acqua, come a dire che non colmerebbe del tutto un piatto di quelli usati per una minestra qualsiasi. Il cuppinu in questione ha una storia nota ed una ignota. La storia che si conosce è che ha viaggiato verso le Americhe nelle valigie di cartone, o nei fagotti che le donne portavano in testa anche sulle navi. La storia ignota la si deve immaginare, mariti e figli che tornavano dalle miniere e venivano sfamati con un cuppinu o due di verze e patate.

Il cuppinu che vedete nelle foto è di alluminio, chiaramente fatto a mano, la calotta non è del tutto propozionata, i bulloni con il quale il manico è attaccato, sono stati martellati uno per uno.

Lo storico attrezzo, almeno io lo considero storico, è ancora funzionale, non ha buchi tanto per intenderci, ma ha diverse ammaccature, i segni della sua lunga esistenza, come le rughe di chi ha vissuto a lungo e duramente. Personalmente di persona in quelle ammaccature vedo il risultato di botte in testa ai figli irrequieti o troppo affamati per aspettare il loro turno.

Il cuppinu in questione è passato da madre in figlia dalla fine del 1800, ripeto 1800, quando il regno d’Italia era fresco di giornata, quando la gente del sud da benestante, coi Borboni, si era trovata povera e disperata, con i Savoia. Fu in quegli anni della grande fuga verso le Americhe che un carbonaio di Serra, andò a cercare lavoro e futuro in una miniera della Pensilvania. Qualche anno dopo lo ragiunse la moglie e quattro figli, il quinto era piccolo e lo lasciarono ad una zia. Il cuppinu attraversò l’oceano nel fagotto della moglie. E mai oggetto fu tanto usato. Sul fuoco la pentola bolliva insaporendo fagioli, ceci, patate, verze e quanto di buono passava il convento. Il cuppinu, utilizzato per servire la minestra, serviva anche a misurare la porzione, uno o due ai più grandi, tre al figlio meno in salute. E quello che restava, se restava, alla madre.

Da quella vecchia trisavola il cuppinu è finito a mia suocera Assunta (87 anni appena compiuti, auguri) che lo aveva ammucciato (nascosto) in un vecchio baule, dove per caso è stato riscoperto e riportato in tavola. Ora fa bella mostra in un suo spazio speciale in cucina. Non lo usiamo ma lo ammiriamo per quello che fu, quello che è, e quello che rappresenta. Un popolo senza memoria è un albero senza radici. E senza radici tutto muore, anche la lingua e l’italianità.

Nelle foto, il cupppinu calabrese di Serra San Bruno, nato coi Borboni, emigrato prima in America poi a Toronto.

(Mercoledì 5 ottobre 2016)

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