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Gli occhiali e i porcini perduti

Gli occhiali e i porcini perduti

Gli occhiali e i porcini perduti

di Nicola Sparano

Il mal di denti mi è passato, sia ringraziato il padre del padreterno, san Pio, la Madonna di Montevergine e san Gennaro. Però ora mi si sono ingrippate le giunture che vedo e non vedo sotto il panzon.

Ho chiesto ad un mio amico ex mago dei motori se avesse un rimedio, magari un olio che lubrificasse la “patella” del ginocchio, detta volgarmente rotula. Alberto, la cui casata iniziò, presumo, con una nobildonna tanto piccolina che chiamavano Mammarella, mi ha risposto: «Con tutto il rispetto per la nostra amicizia, se avessi questo olio magico lo darei a Sergio, così le Ferrari finiranno di farci rosicare amaro».

Con le ginocchia a tre quarti, anche gli occhi avrebbero bisogno di una revisione, o meglio di un paio di occhiali nuovi. Ora indosso quelli vecchi che avevo in panchina. Le lettere piccole le vedo e non le vedo, punti e virgola manco pà capa. Mi sto aiutando con la lente di ingrandimento, ma avrei bisogno di uno di quei cosi, mi sembra si chiamano monocoli, che i nonni prussiani del matto Adolfo si incastravano sotto l’arcata sopraccigliare per meglio guerreggiare con il nanetto della Corsica che vedeva tutti come il fumo negli occhi, in special modo gli anglè.

Ah, non vi ho che ho bisogno dei fanali nuovi perchè ho perso quelli vecchi. Li ho persi nei boschi, mentre andavo per funghi, mannaggia la miseriaccia ladrona. Quel giorno pioveva, i rami dei pini si erano fatta la doccia senza asciugarsi. Io, fesso, anzi strafesso, ed accecato dalla passione, mi prendevo la versione boscaiola di Cime Tempestose (Wuthering Heights, famoso romanzo di Emily Bronte) in faccia. Una, due, tre ramate (verbo virtuale derivante da rami) e poi mi sono accorto che ci vedevo meno del solito. Sul naso non avevo più occhiali. Guardo che ti riguardo gli ultimi posti dove ero transitato, niente, mada, zero. Mancopacapa che li trovo. Staranno nel muschio, quello che nel Bel Paese, ed anche accà sotto l’acero, si mette nel Presepe sotto i piedi del pastrorello e delle pecore. L’anno che viene mangari li ritrovo, sgangherato dalle intemperie, possibilmente sotto una ciuffo di funghi.

I funghi, l’ho detto spesso, sono la mia passione. Li mangio in tutte le salse, ma lo sfizio è trovarli passeggiando nei boschi che di questi tempi sono bellissimi. Ma sono anche grandissimi. E se non sai dove crescono i funghi, ti stanchi e t’incazz per niente. I fungari si farebbero torturare prima di dirti dove sono i porcini. Il mio vicino di casa, Tonino Porretta, l’altro giorno mi ha regalato, sia ringraziata l’anima sua, un bel pò di chiodini ed una ventina di porcini tali e quali a quelli che crescono nel Bel Paese. Ma sul dove li abbia presi, acqua in bocca, o meglio una versione fuoriviante già detta per radio. Secondo il racconto romanzato di Tony, dopo un mucchio di giri in boschi impenetrabili, gli era stato messo in testa una benda, poi tolta sul luogo del… delitto. Su chi fosse il fungaro depositario del luogo di nascita dei funghi dal bastone, e della cappella gigante un indizio: è un amico, laziale come me. La lista dei suoi amici fungari che conosco ha due nomi, Vittorio Coco e Santino Schizzetto. Sul radiotele-parlatore Coco non ci conto, sono anni che promette e poi…campa cavallo. Per l’anno che viene una speranzella ce l’avrò con Schizzetto perchè lui ha il problema delle palle. Intendiamoci, palle intese come bocce.

Al Ciociaro Club resistono ancora i vecchi leoni del punto a volo e della raffa. «Se mi porti a funghi regalo più spazio alle bocce» ho detto a Schizzetto. Lui ha subito detto di si. Ma è un fungaro, uno che dice poco e quel poco è anche una bugia.

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La storiella di oggi, e quella dei denti, sono roba vera, lo giuro. Queste disavventure, se posso chiamarle cosi, magari le ho allungate ed allargate un tantino. Ma sono episodi veritieri.

Roba che capitano ai vivi. Meno male.

(Mercoledì 26 ottobre 2016)

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