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Dal cavadenti è un costoso Calvario

Dal cavadenti è un costoso Calvario

Dal cavadenti è un costoso Calvario

di Nicola Sparano

Nonno, perché hai di denti gialli?, mi ha chiesto il più scugnizzo dei mei nipotini. Io gli ho risposto: «Perché mangio molta polenta». Lui mi ha guardato poco convinto e si è rituffato nei giochini elettronici.

L’episodio mi ha messo un tarlo in testa. O, per meglio dire, in bocca. Siccome l’animale umano non smette mai di essere vanitoso, ho fatto il sacrificio di andare da quello che una volta chiamavano il cavadenti. Dal dentista non ci andrei manco morto. Perché ti fa un male cane in bocca, idem in tasca. Ma stavolta è necessario, quindi faccio la croce e vado a quello che so bene sarà un’autentica Via Crucis.

La prima “stazione” è nella sala d’aspetto dove arriva il primo cazziatone: «Sono quasi due anni che non viene. Se non torna regolarmente perde tutti i denti».

La seconda “stazione” nello sgabuzzino, dove solo entrare fa venire il bruciore di stomaco. Terza tappa, la poltrona che sembra sempre più piccola.

«È perché lei è sempre più grosso», dice sorridendo come se fosse una battuta la sbarbatella addetta alla pulizia della chiostra dentaria. «Coi soldi che ci cavate, potreste anche comprare poltrone più comode». Lo penso ma non lo dico. Perché la sbarbatella è armata con il trapano e quei fetusissimi uncini di acciaio con i quali attacca denti e gengive.

Quarta stazione, i raggi x. «Dobbiamo fare i raggi x», dice lei. Nossì, arrispondo scutendo la coccia. Lei insiste, io idem con patate. Alla fine debbo arrendermi. La fetentella delle nettezza urbana, pardon dentaria, mi mette al collo un bavaglino extra large imbottito di piombo. Quindi passa a manovrare la macchinetta spara radiazioni. Io mi tocco gli strangugliones, lei fa quattro primi piani a molari, incisivi e canini. Poi sorride come se fosse un gatto che si è appena pappato un topolino: «Il dottore di dirà».

A questo punto ho perso il conto delle stazioni fatte e da fare. Comunque la spazzina dei denti mi stende su quella specie di trappola che sarebbe la poltrona e, armata del sempre fetusissimo uncino, si mette all’opera. Io chiudo gli occhi e penso al rigore di Grosso che ci fece vincere il mondiale in Germania, perché pensando a cose piacevoli credo di sentire meno il dolore. Stavolta non è così. Il dolore lo sento, eccome, quando l’uncino ferro tocca un nervo. A bocca aperta e con quel coso che succhia sangue e saliva non mi resta che “santiare” senza aprire bocca.

Dopo una mezz’orata di attacchi ai denti, la torturatrice smette dicendo: «Hai troppo tartaro sui denti. Devi tornare tra sette giorni per un’ultra seduta». «Mi hai fregato stavolta ma non mi freghi più», lo penso ma non lo dico anche perché i denti mi fanno male.

Quando credo di essere alla fine della Via Crucis entra il dottorino, giovane, alto, magro come in filo di ferro. Dopo aver dato uno sguardo alle lastre, sentenzia: «Una delle otturazioni a questo molare ha bisogno di un intervento». «Ma non mi fa male», sussurro timidamente. E lui: «Primo o dopo ti farà male, quindi prima vieni meglio è». «Meglio per te, sicuramente. Io non vengo fino a che l’otturatura non cade», penso io credendo di aver vinto almeno una ripresa. Ma poi perdo di brutto la prossima. La segretaria che mi aveva accolto col cazziatone, stavolta mi cosegna la fattura: 272 dollari e spiccioli. 272 dollari per meno di un’ora a bocca aperta. Come a dire: cornuto e mazziato dal cavadenti e le sue sorelle.

(Mercoledì 19 ottobre 2016)

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