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Un Natale cupo e triste per gli operai della GM

Un Natale cupo e triste per gli operai della GM

Un Natale cupo e triste per gli operai della GM

TORONTO – Giorni tristi per Oshawa. Sarà un Natale cupo. La General Motors ha annunciato la chiusura degli stabilimenti della città che per oltre cento anni si è identificata con la società americana.

Nei giorni di massima espansione la GM occupava 20.000 lavoratori oltre a quelli dell’indotto. Di padre in figlio era lì che trovavano lavoro.

Poi venne la globalizzazione e il destino di Oshawa fu segnato. La GM iniziò a fabbricare autoveicoli in paesi a bassi salari e con insignificanti livelli di tassazione come il Messico ed ad Oshawa iniziò il lento stillicidio fino ai 2000 lavoratori di oggi che perderanno il lavoro con l’imminente chiusura dello stabilimento.

Il Presidente del sindacato Unifor Jerry Dias ha espresso il pio desiderio e la vacua speranza che finché ci sono le fabbriche ci sarà sempre qualche macchina da costruirvi. Ha dichiarato in un video su Twitter: “L’ultima macchina che esce dallo stabilimento di Oshawa sarà un orribile occhio nero per tutti i livelli di governo e francamente per la General Motors”.

È comprensibile l’amarezza del capo del sindacato un giorno orgoglioso rappresentante dei lavoratori di un’industria fiorente che portava benessere non solo ad Oshawa ma anche a tutta la zona circostante. Ma egli non coglie le cause profonde in cui vanno ricercate anche le responsabilità ed il ruolo del sindacato. Doveva andare cosi?

Il declino di Oshawa cominciò allorché la presidente della GM Mary Barra annunciò la chiusura di cinque fabbriche di cui 4 in USA. Gerry Dias annunciò che avrebbe combattuto fino all’ultimo respiro. Ora ripete: “Non abbiamo gettato la spugna” o come si dice da noi “we haven’t thrown the towel yet” aggiungendo con un pizzico di coloritura politica: “Noi non siamo Doug Ford” il quale però non può fare granché anche se a parole è a favore del Mercato e Open for Business .

La GM ha interesse di fare profitti fabbricando macchine nei paesi a bassi costi. E Jerry Dias avrebbe dovuto imparare dall’esperienza degli ultimi anni che questo è il secolo 21.mo ed il sindacato non può usare le pratiche del secolo scorso, quando la contrattazione avveniva entro i confini locali.

Oggi se le corporazioni non trovano convenienza scappano. La Unifor nel 2016,per arginare la chiusura e per convincere la GM a rimanere in Canada sottoscrisse un contratto capestro che creava due livelli di occupati con i nuovi assunti che beneficiavano di ridotti programmi di pensione,meno costosi per l’azienda. Una concessione inutile, perché la GM non si impegnò a produrre la nuova generazione di veicoli in Oshawa.

Il problema va oltre la contrattazione tra sindacato e Gm. Oggi nei palazzi del potere quelli che decidono gli investimenti non sono più soggetti alle vecchie regole, perché la Globalizzazione permette loro di spostarti dove trovano più convenienza.

In questa ottica Oshawa non è l’unica vittima della globalizzazione. In Italia insegnano le vicende dell’ex Ilva di Taranto, la più grande acciaieria del Sud Europa che è in bilico tra la chiusura ed il licenziamento di migliaia di lavoratori.

Con la Brexit le fabbriche di automobili giapponesi costruite in Inghilterra per servire il mercato dell’Unione Europea hanno fatto capire che in caso di uscita dell’Inghilterra dall’Unione, non avranno più interesse a rimanere se verranno imposte tariffe all’importazione di macchine. E addio posti di lavoro.

Il prof. Joseph Stiglitz della Columbia University , premio Nobel per l’Economia, all’inizio del secolo scrisse un libro ormai famoso “The Globalization and its discontents” che metteva in guardia sui potenziali e¤etti negativi della globalizzazione.

Venti anni dopo ci dice che la globalizzazione anche se non è inerentemente nefasta, poiché è senza regole, ha creato vincitori e vinti, tra i primi le corporazioni multinazionali e tra i secondi i paesi sottosviluppati ed ha creato disuguaglianze tra diversi paesi e gruppi sociali con impatto negativo sui lavoratori e le classi medie nei paesi industrializzati ed in quelli sottosviluppati.

I benefici sono andati solo nella direzione dei conti bancari delle corporazioni. Se non si cambia, ammonisce Stiglitz, il peggio ha da venire. E Oshawa sarà solo l’esempio di una lunga serie di sciagure venture.