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Le morti bianche degli italiani ignorate per decenni

Le morti bianche degli italiani ignorate per decenni

TORONTO – A Toronto abbiamo inaugurato un monumento commemorativo degli italiani caduti sul lavoro o  morti a causa di malattie professionali contratte sul lavoro. Con attività paziente, ma necessariamente incompleta, il comitato ha raccolto ed  inciso sul monumento più di 1500 nomi di lavoratori italiani che hanno perso la vita in incidenti sul lavoro o a causa di asbestosi, silicosi, febbre gialla e tubercolosi.
I nomi  ricordano i morti, ma non dicono la loro storia e le cause delle evitabili fatalità, non  chiarite nemmeno dai certificati di morte nei quali tuttavia invariabilmente viene scritto “killed” ucciso, al maschile, perché i lavoratori erano tutti maschi. L’emigrazione veniva definita  “commercio dell’emigrazione” cioè un commercio come un altro per  produrre profitto sulla pelle di chi era obbligato a cercare il lavoro all’estero, perché carente  in Italia.
Era il tempo dell’ovest selvaggio. Impensabili erano le minime misure di sicurezza  sui cantieri di lavoro e la prevenzione degli incidenti, sintomo di mancanza di un pur   minimo rispetto  per la vita umana.
Di  molti italiani che morivano sul lavoro, i giornali o le autorità non menzionavano nemmeno  il nome, spesso non identificato,  o distorto, quando noto.
 I giornali annunciavano un incidente e la morte  di un lavoratore canadese come John Smith e poi “di 12 italiani”, senza nome.
È una storia tragica, di una  monotonia agghiacciante nella sua ripetitività, accettata con incomprensibile indifferenza e cinismo, come testimoniano le storie dietro tanti  nomi incisi sul monumento. 
Rocco Veri rimase vittima di un incidente il 2 marzo 1931. 
Il certificato di morte diceva semplicemente: deceduto per “compound fracture of skull”, senza chiarire le circostanze. Niente autopsia,  né inchiesta. 
Stessa storia per Nicola Amoroso, anche lui morto "per  fractrured skull", come per Milino Renzi, morto  a Port Arthur per “fractured skull”, a soli 24 anni. 
Domenic Rosco, caduto anche lui nel 1909 a Niagara Falls, mentre lavorava per la Grand Trunk Railway. Nel certificato di morte non è citata nemmeno  la causa. Aveva solo 18 anni.
IL 31 Agosto 1898 il Giornale The Hamilton Budget dava notizia  di Nicholas (?) Shefferi “morto sul Grand Trunk Railway”. Aveva  17 anni. I fratelli portarono il cadavere dal coroner che decise di non fare l’inchiesta sulle cause del decesso. 
Antonio (?) Fiorings caduto a Welland il 31 ottobre 1913, mentre lavorava per la stessa compagnia, la Grand Trunk Railway, colpito alla testa da una traversa. Aveva appena compiuto 18 anni.
Nel 1908 il Rapporto del Ministero delle miniere  riferì di 47  italiani uccisi dallo scoppio in una miniera a Gowanda. Per quanto incredibile, nessun rapporto fu inviato   al ministero. 
Quindi il Ministro si lava le mani e incredibilmente dice che  il Coroner non può fare l'inchiesta, perché secondo la legge (di allora)  l’inchiesta poteva essere avviata solo dopo che  gli incidenti mortali  erano stati comunicati al ministero.
Si chiamava Sam La Morra,probabilmente Salvatore. Lavorava con  gli italiani nella costruzione della ferrovia, nei pressi di Parry Sound. Il 7 giugno 1908, rimase vittima sul lavoro. Non si sa come, forse per lo scoppio di una mina. 
Il suo nome e la data dell’incidente furono scritti dai compagni di lavoro sulla roccia, l’unico ricordo della sua morte, di cui esiste la fotografia. 
Di lui né certificato di morte, né bara, niente, nemmeno una lapide. 
I compagni lo seppellirono forse sul luogo dell’incidente mortale. Nemmeno una sepoltura da cristiano.
Il giornale Napanee Beaver del 4 luglio 1913 riferisce che 10 lavoratori italiani perirono quel giovedì nel campo di costruzione della CPR sulla linea ferroviaria, quando  si verificò un’esplosione accidentale di dinamite. I nomi degli italiani “non potevano essere accertati”. Solo due corpi furono recuperati tra i detriti, degli altri furono estratti solo brandelli. Il Giornale conclude: “in vista dei frequenti incidenti fatali degli stranieri nei campi di costruzione delle ferrovie in questo distretto, il Console Italiano vuole essere rappresentato alle investigazioni per ogni futura fatalità”.   
Rudolph Fluvian Italian di 43 anni, sposato e con sei figli, abitava a Sudbury.  
Il rapporto del bollettino del Dipartimento delle Miniere 1929, con linguaggio burocratico, riferisce che fu mortalmente ferito  istantaneamente il 9 febbraio, tra le 9 e le 10 quando precipitò da 1600 a 2000 piedi  al fondo  del pozzo (shaft) n.3  nella miniera Frood, una morte atroce.  
Di  sicurezza sul lavoro, di prevenzione degli incidenti, di compenso o assistenza alle mogli ed i figli, abbandonati nella miseria e nel dolore, nessuno si curava.
Solo nel  1913   il giudice William  Meredith  rilasciò il rapportò  che in seguito generò il Workers Compensation Board. 
Fino ad allora per i morti, per le famiglie non c’era né indennizzo, nè risarcimento. 
L’unico ricorso era l’azione legale davanti ai tribunali. Date le condizioni abiette dei lavoratori, era una opzione impossibile. 
 
(segue)
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