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La Gm non cede: confermata chiusura dell’impianto a Oshawa

La Gm non cede: confermata chiusura dell’impianto a Oshawa

TORONTO – La Gm non cede. L’incontro con il presidente dell’Unifor Jerry Dias si è concluso con un sostanziale nulla di fatto.

Da un lato la compagnia ha ribadito la sua intenzione di andare avanti con il piano di chiusura dello stabilimento, che cesserà di produrre veicoli nel dicembre 2019. Dall’altro il sindacalista ha offerto una lunga lista di opzioni per continuare a mantenere in atto la produzione nell’impianto.

C’è da registrare che la General Motors non ha presentato un atteggiamento di chiusura totale, ma ha invitato le parti sociali a un lavoro di cooperazione per la riqualificazione professionale degli oltre 2.500 operai che perderanno il posto di lavoro.

Parole che comunque non sono piaciute a Dias – che si è detto “profondamente deluso dall’atteggiamento della compagnia”, che invece ha accusato la Gm di aver approfittato dal bailout offerto dal governo canadese e da quello dell’Ontario, salvo poi decidere di spostare la produzione in Messico dove la forza lavoro è pagata molto meno.

“Se sommiamo lo stipendio dei dipendenti Gm a Oshawa, non arriviamo a quanto guadagna la presidente della General Motors, Mary Barra, cioè 22 Lo stabilimento della Gm a Oshawa milioni di dollari”.

Il sindacato continuerà a portare avanti la campagna che chiede il sostanziale boicottaggio da parte dei consumatori canadesi dei veicoli Gm se in futuro non dovessero esserci novità.

Lo scontro era iniziato lo scorso 26 novembre, quando la General Motors aveva annunciato la decisione di chiudere lo stabilimento di Oshawa all’interno di un piano complessivo di ristrutturazione che comprendeva lo stop alla produzione in altre quattro fabbriche negli Stati Uniti. In tutto era stato preannunciato il taglio totale del 15 per cento della forza lavoro della Gm.

Ma parallelamente alla vertenza sindacale scatenata dalla Unifor contro il gigante dell’auto americano, era nata una forte polemica politica ai danni del primo ministro Justin Trudeau e del premier dell’Ontario Doug Ford, accusati di aver alzato immediatamente bandiera bianca dopo l’annuncio choc della General Motors.

I critici avevano fatto notare ai massimi esponenti dei due livelli di governo che il Canada e l’Ontario avevano partecipato nel 2009 al salvataggio della Gm attraverso un prestito di svariati miliardi di dollari, che aveva permesso alla compagnia di salvarsi dalla possibile bancarotta e dalla crisi che aveva travolto l’intero settore automobilistico in Nord America.

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