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L’ardua impresa di crescere in un paese ostile

L’ardua impresa di crescere in un paese ostile

TORONTO – Sebbene le condizioni degli immigrati Italiani a Toronto non riflettessero gli orrori di Montreal nel 1901, descritte da  Eugenio Balzan, anche qui a Toronto gli italiani ebbero vita dura ed erano soggetti  agli agenti "padroni"   da cui dipendevano per il  lavoro per la stagione seguente. All’apice del flusso immigratorio che fluttuava secondo i cambiamenti delle politiche immigratorie del Governo, come pure delle condizioni economiche, Alberto Dini, nostra conoscenza come agente a Montreal, aprì un’agenzia  a York Street nel 1901.
Grazie ad una serie di circostanze a lui  favorevoli – dalle  Little Italy americane interessate a trasferire gli italiani in Canada, alla incessante azione propagandistica e di reclutamento delle  agenzie di emigrazione in Italia e Svizzera –  Dini aveva a disposizione abbondanza  di lavoratori per la CPR e la Grand Trunk Railways. AcquistÒ notevole influenza e controllo sugli gli immigrati italiani, oggi impensabile. 
Al punto che, dopo il  terremoto di Messina del 1908, invece  che dal console, siciliani e calabresi  andavano da lui per avere notizie dei familiari in Italia.
Come gli altri "padroni" aveva una linea completa di cosiddetti "servizi", dalla partenza dall’Italia al ritorno casa.  Gli  affari  prosperavano anche perchè un numero crescente di italiani  si stabiliva a Toronto, dove c’era richiesta di manodopera, specie dopo il boom edilizio del 1906  ed anche perchè nel Nord Ontario le condizioni di alloggio erano orribili e la remunerazione "meschina", come la definiva Balzan. Inizialmente sparsi per la città, perchè in numero di scarsa consistenza,
Lentamente gli italiani si raggrupparono nel St. John’s Ward tra Chesnut, Edward ed Elm Street, nella zona adiacente all’attuale City Hall. Si congregarono nel St John’s Ward, perchè zona ideale e conveniente. Era, allora, la più vasta area residenziale a sud di Gerrard Street, vicino alla stazione ferroviaria, a breve  distanza dai posti di lavoro, al centro della città e con alloggio a basso costo, una considerazione essenziale per operai poveri e malpagati.
 Era oltretutto difficile  sistemarsi nelle case a buon mercato della west end,  a causa  della mancanza di trasporto pubblico adeguato. Altra considerazione era anche  la vicinanza a St. Lawerence e St. Andrew Markets, dove potevano recarsi a piedi.
L’autore C.S. Clark  in "Toronto the Good" ne dette la spiegazione sociologica, scrivendo che: "i poveri  erano obbligati  a vivere in abitazioni  precarie e fatiscenti a Center Street, Elizabeth Street, a sud di Jarvis Street ed altre strade vicine". I primi Italiani ad  insediarsi nel St John’s Ward venivano da Laurenzana, in Lucania, insieme ai  modugnesi, siciliani e monteleonesi, come viene illustrato nel volume di  John Zucchi.
Arrivavano nel Ward, con il desiderio di vivere accanto ai paesani, ma maggiormente perchè  quella zona della città offriva prezzi economici, accessibili e rispondeva meglio ai loro bisogni.
Gli immigrati non anglosassoni  venivano classificati come "the lower class of the city" cioè come sottoproletariato. 
Ma il fatto di essere esclusi dalla corrente sociale  principale e dominante della popolazione,  in un certo senso, spronÒ ciascun gruppo di immigrati a organizzarsi internamente
nella comunità e a sviluppare strutture sociali interne, creando una scala sociale, che si perpetuÒ fino al gigantesco influsso  di immigrati nel secondo dopoguerra.
 Come la comunità crebbe e divenne più radicata, lentamente  emerse una gerarchia di notabili: dai "padroni" che procacciavano lavoro, ai banchieri (chiamati anche "banchisti") ai notai, ai commercianti, agli artigiani, ai primi  rari professionisti. I non italiani (leggi in maggioranza anglosassoni) colsero il  primo
sintomo del consolidamento della comunità quando fu formata la ‘Umberto Primo Benevolent Society’ nel 1888, che per la prima volta non riuniva solo i gruppi provenienti dallo stesso paese, ma  italiani di diverse regioni, che
si identificavano con una organizzazione nazionale, che abbracciava tutto il quartiere italiano. 
I sociologi definiscono questo fenomeno, con il termine generico "ambiente". Lo storico Robert Harney descrive l’espressione "ambiente" come "una transizione sociale e culturale che non era identica al processo di assimilazione" cioè era  "nè riflesso del vecchio mondo di provenienza, nè imperfetta o patologica varietà di conformità anglosassone". 
Gli italiani avevano abitudini  specifiche "di stile pre-industriale  con la volontà tenace  di fare ogni  lavoro stagionale, di migrare o viaggiare lunghe distanze per lavorare. Mostravano la volontà di impegnarsi in qualsiasi occupazione, da raccogliere verdure  selvatiche, come cicoria, ai funghi, a vendere gelati nei weekend, ad arrotare coltelli". 
Segni visibili di "ambiente" era lo sviluppo delle strutture fisiche  che contribuirono alla definizione della identità delle Little Italy, come zona di transizione "la chiesa, le boardinghouses, i negozi di ‘grosseria’ (grocery stores) i fruit stores, le agenzie di navigazione (steamship agencies), ed altre istituzioni. 
(segue)
 
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