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Multiculturalismo: il volto civile del Canada

Multiculturalismo: il volto civile del Canada

 TORONTO – Il Canada ha cambiato  DNA, in oltre un secolo di storia, al contrario di altri paesi contaminati da risorgenti nazionalismi, populismi e razzismi, che nel recente passato hanno causato  disastri infami, guerre, distruzioni e crimini. Le generazioni viventi sono state testimoni e ancora oggi assistiamo a strumentalizzazioni  ciniche per basse ragioni di potere. Il Canada ha subito una metamorfosi positiva encomiabile. Fino agli anni ‘40 del Novecento era solo biculturale e bilingue, perchè di derivazione Inglese e Francese, per i due paesi di cui il Canada era stato colonia.

Per molti anni  le prevalenti  etnie dei  paesi fondatori erano ostili ai nuovi venuti, per ragioni svariate, tra cui la diversità di culture, di
lingua, di costumi e di comportamenti. 
Non ultima, specialmente nel Canada inglese, c’era prevenzione verso gli immigrati cattolici, provenienti in gran parte dall’Europa meridionale.
Toronto, città di stretta osservanza vittoriana, simbolo del nativismo anticattolico dell’Ontario, ogni anno  celebrava in pompa magna in centro della città,  il corteo degli “Orangemen”, per commemorare la sconfitta dei Cattolici irlandesi nella battaglia di Boyne nel 1690. Oggi sembra un relitto del passato.
John Zucchi scrive che l’immigrato italiano si rese conto  di essere escluso dal gruppo sociale  dominante, perchè il suo background  sud europeo e cattolico lo rendeva uno dei più indesiderabili “ospiti” della città.
Anche se lento, il cambiamento della attitudini sociali   ha prodotto un taglio netto  con il passato.
 Nel 1901, come riferisce Eugenio Balzan nella sua corrispondenza da Montreal,  il governo del Canada scriveva al Console Italiano che “Gli italiani sono indesiderabili perchè instabili” .
Henri Bourassa, uomo politico, editore e padre del Nazionalismo franco-canadese,  nello stesso periodo, definiva gli  europei del sud il peggio dell’Europa.
Il  Primo Ministro W.L.  Mackenzie King, parlando al  pranzo annuale del Canada Club a Londra, l’undici ottobre 1928, rivolgendosi al Primo Ministro Inglese Baldwin, apertamente dichiarava: “Il Canada vuole sopratutto immigrati britannici dall’Inghilterra,  Scozia e Irlanda senza restrizioni, più di ogni altro”.
Il cambiamento di atteggiamento  e di percezione degli  immigrati, dai primordi dell’immigrazione  è avvenuto gradualmente, nonostante resistenze e pregiudizi radicati. Non è stato un cammino facile, nè senza ostacoli, perchè mentre da una parte il Canada aveva bisogno di manodopera per aprire le Praterie, per estrarre le matiere prime di cui era ricco e di costruire le infrastrutture per sostenere lo sviluppo del paese, d’altra parte la popolazione non accettava la presenza  di immigrati che invadevano  le loro città, sconvolgendo i ritmi di vita quotidiana alquanto noiosa, alla quale erano avvezzi.
C’è voluto molto tempo, ma il cambiamento radicale c’è stato, con il contributo di molti fattori.
Per dare risposta alle pressanti richieste dei  francofoni, che esigevano protezione della lingua francese e piena partecipazione nelle decisioni politiche nazionali, il governo canadese instaurò la Royal Commission on Bilinguism and Biculturalism, con il mandato di fare raccomandazioni  sulla questione linguistica  e, per molti, a sorpresa, anche sul contributo culturale degli altri gruppi etnici. La commisione che operò dal 1963 al 1969, raccomandò profondi cambiamenti nell’uso della lingua francese, che sfociò nel Official Languages Act, ma portò anche alla creazione del Ministero del Multiculturalismo, a seguito della Multicultural Policy emanata dal Premier Pierre Trudeau nel 1971 ed alla legge sul multiculturalismo approvata dal Parlamento nazionale il 21 luglio 1988.
Dopo la seconda guerra mondiale al cambiamento  contribuì con un ruolo determinante il massiccio influsso di centinaia di migliaia di immigrati da altri paesi del mondo, che cambiarono la mappa delle città canadesi e la struttura sociologica  del paese.
Il multiculturalismo ha reso il Canada un paese immune da manifestazioni razziste, un paese tollerante ed aperto ai ‘diversi’, dove tutti sono benventuti e dove viviamo in armonia.
Ha prodotto due risultati largamente apprezzabili. Da una parte ha reso più amichevoli i rapporti tra canadesi autoctoni ed altre etnie, tanto che oggi  sono sconosciuti i risentimenti e le controversie del passato.
D’altra parte ha cambiato la dinamica all’interno nelle comunità etniche.
Dalle Little Italy fino ai tempi più recenti, quando sono emigrato io in Canada, le strutture comunitarie erano dominate dai notabili che si autodefinivano leaders  e parlavano a nome della comunità. Erano comuni i personaggi che venivano qualificati come “the unofficial mayor” di questa o quella comunità.
Il multiculturalismo ha facilitato l’Integrazione delle comunità etniche nella corrente principale  canadese( mainstream)  eliminando il bisogno di avere mediatori   o  intermediari tra la comunità ed i detentori del potere, a tutti i livelli.
Oggi il Canada  è un paese dove i cittadini sostengono l’accoglienza, ieri dando asilo  ai “boat people” del Vietnam ed oggi ai rifugiati siriani.
Una rivoluzione copernicana. Un esempio per gli italiani che vivono in Italia che, come auspicava  Gian Antonio Stella, dovrebbero   conoscere chi eravamo noi “quando eravamo gli albanesi”. 
L’Italia sarebbe migliore, forse.
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