Trovato il primo verso
della poesia italiana?

di Alessio Aletta del June 21, 2022

WÜRZBURG (GERMANIA) – «Fui eo, madre, in civitate, vidi onesti iovene»: è un appunto, si pensa preso da un monaco intorno a cavallo tra il nono e il decimo secolo, che si legge in margine a un manoscritto redatto un secolo prima (questo tipo di sovrapposizione è abbastanza comune nei testi medievali, quando le superfici su cui scrivere erano una rarità). Queste poche parole potrebbero non dire molto al lettore comune, ma stanno avendo grande risonanza nel circolo dei filologi medievali: potrebbe infatti trattarsi della più antica testimonianza di una poesia in volgare italiano.

È questo il parere dei due studiosi ai quali si deve questa scoperta: Vittorio Formentin, professore di Storia della lingua italiana presso all’Università di Udine, e Antonio Ciaralli, paleografo dell’Università di Perugia. Il ritrovamento è avvenuto nell’ambito del progetto “Chartae Vulgares Antiquiores”, coordinato da Formentin.

Dal punto di vista linguistico, il testo mostra chiari segni di evoluzione dal latino ed è quindi certamente ascrivibile a «una varietà italoromanza», come spiegano Formentin e Ciaralli in particolare per «l’uso del plurale asigmatico “onestI iovene”»: plurale cioè formato con un cambio di vocali, come nell’italiano moderno, invece che aggiungendo la -s finale, come nel latino classico e in altre lingue neolatine come il francese e lo spagnolo.

Ci troviamo insomma di fronte a un testo molto più vicino all’italiano rispetto a quello che viene solitamente considerato il primo documento in volgare italiano, il famoso “Indovinello veronese” databile tra fine ottavo e inizo nono secolo: «se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba /et negro semen seminaba», che difatti ci risulta oggi di molto più difficile comprensione (una traduzione in italiano corrente sarebbe: “portava avanti dei buoi, arava bianchi prati, un bianco aratro teneva e nero seme seminava”; la soluzione è ‘una mano che scrive’).

Non solo: la scritta scoperta a Würzburg (al contrario dell’indovinello veronese) si inserisce anche in una precisa tradizione letteraria. «Fui eo madre» sarebbe il verso iniziale di una ‘chanson de femme’: un genere in cui il poeta scrive dal punto di vista di una giovane donna. molto diffuso nella lirica altomedievale, anzi, come precisano i due professori, «un tipo poetico che molti indizi comparativo-ricostruttivi hanno indotto a porre, sia pur ipoteticamente, all’inizio della lirica romanza».

Questa testimonianza, quindi, ha una sua importanza non solo per la storia linguistica e letteraria italiana, ma più in generale per la filologia medievale europea, poiché lascerebbe supporre l’esistenza di un filone di poesia popolare comune, che esisteva in Italia già dall’alto medioevo e avrebbe trovati poi vari esiti anche secoli dopo, per esempio in componimenti galego-portoghesi del 1200-300.

Su questa “traccia” poetica lasciata dal nostro anonimo monaco c’è ancora molto da discutere, e sicuramente sarà oggetto di accesi dibattiti nei prossimi mesi; Formentin e Ciaralli sono intanto in procinto di pubblicare un articolo scientifico, sulla rivista “Lingua e stile”, in cui approfondiranno le circostanze del ritrovamento e le sue possibili implicazioni.

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