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Hanks mattatore, al via la Festa del Cinema di Roma

Hanks mattatore, al via la Festa del Cinema di Roma

Hanks mattatore, al via la Festa del Cinema di Roma

di Mariangiola Castrovilli

ROMA – Parafrasando il vecchio detto sposa bagnata, sposa fortunata, la Festa di Roma umida e bagnata quanto basta, ha preso il via con il sorriso aperto e comunicativo come quello di un divo come Tom Hanks, che ama gli scherzi ed i calembour e non si risparmia per ammiratori e giornalisti. Al punto che, imitando alcuni colleghi italiani, si chiede «Perché da voi c’è Trump?» e dandosi la risposta, «Stesso motivo per cui da voi c’è stato Berlusconi. Perché?» Hanks ci ha raccontato, con una punta di umorismo, che in queste settimane sta vivendo quella che per lui «è la festa della M… ogni quattro anni infatti, ci trasformiamo in un circo mediatico per decidere quale presidente debba andare alla Casa Bianca. Che il momento sia brutto e buio per tutti è certo ma l’America ha sempre bypassato situazioni pesanti. Mai come adesso però ha dato voce ad un candidato dalle idee così assurde e autoreferenziale quanto basta. Candidati più o meno così sono sempre esistiti, ma gli americani non hanno mai investito su di loro per il futuro e non lo faranno certo adesso».

Simpatico e disponibile, Tom Hanks è un giovane nonno sessantenne… «Olivia Jane e Charlotte non hanno la più pallida idea di che lavoro faccia. Per loro sono solo il nonno che è anche una delle voci di Toy Story. E non vogliono credere che sia una persona importante… però trovo i miei nipotini più divertenti di Fellini». Hanks lei è un uomo multiforme, attore, regista, ed anche produttore… «Come produttore posso lavorare con altri che sono bravi nei loro settori. Ci sono progetti infatti che, a volte, possono sfuggirti. Per Cast Away, per esempio, ho cominciato a lavorarci già sei anni prima dell’uscita». La Festa del Cinema di Roma gli ha dedicato una ricca retrospettiva tra cui Forrest Gump e Cast Away di Robert Zemeckis e poi Big di Penny Marshall, Salvate il soldato Ryan, Lincoln ed il recente Il ponte delle spie, tutti diretti da Steven Spielberg.

E l’interessante Inferno, con la regia di Ron Howard, basato sull’omonimo romanzo best-seller di Dan Brown, appena lanciato in prima mondiale a Firenze. Hanks che effetto le fa rivedere i suoi lavori? «Non li guardo mai perché in realtà non cambiano. Sono sempre gli stessi. Piuttosto vedo solo come sono invecchiato io nel frattempo. Sono comunque fortunato, perché, quello che conta veramente è la longevità artistica».

Hanks, c’è qualcuno tra gli italiani con cui le piacerebbe lavorare? «Sono interessato a chiunque sia in possesso di un’idea che io possa portare avanti. Forse con Roberto Benigni con cui penso potremmo essere fortissimi».

Tom Hanks, qui a Roma con sua moglie l’avvenente Rita Wilson, non ha scherzato però quando una sempre affascinante Claudia Cardinale gli ha consegnato il meritatissimo premio alla carriera. Al secondo giorno della Festa ecco un nome mitico per tutti gli amanti della settima arte, tre volte premio Oscar Oliver Stone sta facendo il giro dei Festival con il suo ultimo lavoro sull’uomo che ha scatenato il Datagate, Snowden, non poi così amato. Snowden, interpretato da Joseph Gordon-Levitt nel ruolo dell’informatico ex agente Cia che su Wikileaks rese pubblici moltissimi files segreti del governo, ha avuto, meno di un mese fa, un’ottima accoglienza all’inaugurazione del festival di Toronto i cui sussurri e grida si convertono spesso in nomination all’Oscar. Un costo di quaranta milioni di dollari, non ancora recuperati in America con gli incassi, ne mancano infatti ancora venti per andare quanto meno in pari, insomma, uno smacco piuttosto vistoso.

Stone, cos’è che ha impaurito o non è piaciuto ai suoi connazionali? «Non nego che qualche problema, anzi più d’uno, ci sia stato. Intanto è stato difficile reperire i finanziamenti, ed i produttori li abbiamo invece trovati in Germania e in Francia. La storia poi non è stata così semplice da narrare perché tutte le informazioni dateci da Snowden erano complicate. È vero, il mio lavoro ha spaccato l’opinione pubblica in due tra chi l’ha apprezzato e chi l’ha invece distrutto. Qui infatti non c’è spettacolo, ma solo fatti reali». Il sassolino che però Stone vuole togliersi dalla scarpa riguarda gli americani «che non hanno capito il vero significato delle rivelazioni fatte nel 2013 da Snowden. Si preoccupano infatti solo del loro iPhone e dei loro segreti, senza aver capito che non si tratta di cataloghi acquisti su eBay e su Google o di Pokemon». Ma questo è un problema globale… «certo ed il mio consiglio è quello di fare sempre attenzione ai cellulari. Sappiamo tutti quel che sta accadendo, perché siamo tutti dei possibili sospettati, tutti schedati in una base dati». Le prossime elezioni a casa sua si stanno avvicinando, come vede la situazione? “Gli europei sono sconcertati da Trump, che non credo ce la faccia. L’alternativa è Hillary Clinton, che rappresenta la mentalità americana, del “o con noi o contro di noi”. Non posso fare a meno di pensare che con lei al comando la situazione sarà più ostile , difficile e militarista rispetto ad Obama».

Dopo Tom Hanks ed Oliver Stone, ecco Bernardo Bertolucci a raccontare e raccontarsi nella serie di Incontri Ravvicinati voluti dal direttore artistico Antonio Monda per la sua Festa del Cinema di Roma. Un’ora come ne abbiamo passate veramente poche mentre si lavora, tutti presi dalla magia di un uomo speciale che ha regalato al suo pubblico un indimenticabile viaggio attorno alla sua arte lasciandoci immergere nel suo pensiero. E, soprattutto, nel suo cinema, iniziando dagli anni Sessanta, in quello che lui ha chiamato «un mestiere affascinante e mai uguale». La regola degli incontri ravvicinati vuole che il regista o l’attore ospite scelga alcune scene che per lui sono più significative, ed ecco allora, nel ’70 Il Conformista, «che volli girare appena finito di leggere il romanzo di Moravia, cambiandogli però il finale perché non volevo finire, come nel libro, con lo sterminio di una famiglia. Scelsi invece di terminare con un primo piano di Trintignant che capisce, in quel momento, la sua storia e la sua vita». E la scena che ha scelto di farci vedere è quella con Dominique Sanda, bella come il sole, osservata dal voyeur Trintignant. Perché? «Perché oggi sono più legato a quelli che definisco registi voyeurs. Ma anche la macchina da presa fa del voyeurismo, che poi è un sistema di pensiero». A cui lei Bertolucci sente di iscriversi…? «No, nella vita non sono un voyeur, ma al cinema non ho freni».

Ecco poi una sequenza molto amata, quella di Ultimo tango a Parigi, siamo nel ’72 quando iniziò a scriverlo. «Me l’aveva consigliato un amico che voleva produrre un mio lavoro. La prima scelta cadde su Belmondo che però lo rifiutò bollandolo come film osceno. Da Alain Delon venne il secondo rifiuto, perché avrebbe voluto produrlo lui. Ad interpretarlo fu poi Marlon Brando che conobbi a Parigi, all’Hotel Raphael e credetemi Brando era l’uomo più bello del mondo, sia per le donne che per gli uomini». Cosa le portò l’Ultimo tango? «Un successo da brividi, dopo quel film mi si sono aperte tutte le strade. Mi volevano tutti. Una cosa che non succede quasi mai».

(Martedì 18 ottobre 2016)

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