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Arbore e Benigni gli ultimi avvincenti incontri

Arbore e Benigni gli ultimi avvincenti incontri

Arbore e Benigni gli ultimi avvincenti incontri

di Mariangiola Castrovilli

ROMA – Ultimi due avvincenti ed imperdibili incontri hanno concluso l’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma con due ultra famosi personaggi dello spettacolo, Renzo Arbore e Roberto Benigni, appena arrivato da Washington dopo una cena alla Casa Bianca. Accolti da un pubblico incantato, ci hanno offerto, ad un giorno di distanza, due degli incontri ravvicinati più stimolanti della Festa, facendoci passare momenti indimenticabili pieni di allegria, riflessioni ed un pizzico di commozione. In chiusura della festa, sabato, c’è stato l’incontro con Renzo Arbore, show man, musicista, talent scout, regista e geniale innovatore di ogni forma di spettacolo, che ha tenuto banco per quasi due ore in cui non si è risparmiato.

«Mi sentivo un po’ un infiltrato, io che ho fatto solo due film, ad essere invitato qui alla Festa del Cinema. E invece grazie per il calore, l’accoglienza, l’applauso» esordisce sorridendo dando la stura ai ricordi. Ed è subito cinema. «Tradisco la mia età se dico di essere uno di quelli “che guardava il muro”, come dice Frassica . Non avevamo la televisione e, per mettere in moto la fantasia, c’era solo il cinema. Siamo venuti su e maturati con i film dei maestri del neorealismo, come De Sica e Zavattini. Il primo film per cui ho pianto è stato Umberto D. E poi c’era Totò, uno dei miei idoli, che raccoglieva tutti i tipi di umorismo, dal nonsense ai doppi sensi. Quando arrivai a Roma tutti lo consideravano ancora un comico da farsa. Confesso che girai per ore con la mia Cinquecento sotto casa sua senza avere il coraggio di scendere e andare a salutarlo».

E quella volta con Lattuada al Cairo? «Andai al Cairo, al primo e unico festival del cinema italiano con Lattuada. C’erano anche Claudia Cardinale, Giovanna Ralli e Mariangela. La sera andammo in questo cinema dove gli organizzatori non avendo l’inno nazionale egiziano, per farcelo sentire misero su un 78 giri. Solo che ad un certo punto il disco si incantò ripetendo sempre lo stesso pezzo. Qualcuno allora salì sul palco e, con un calcio, l’arrestò. Il film era Cuore di cane con Cochi Ponzoni, ma l’operatore sbagliò rullo e, all’improvviso, il protagonista da cane diventava uomo. Lattuada a quel punto si alzò in piedi gridando “la mia metamorfosi, la mia metamorfosi!” e tutti gli egiziani iniziarono a urlargli contro. La Ralli non la finiva più di ridere e noi, per salvare il film, andammo dal proiezionista cercando di fargli capire che aveva sbagliato rullo. Lui rimise il primo, suscitando un’insurrezione generale».

Parliamo di Benigni. «Stavamo registrando L’altra domenica a casa mia quando chiesi a Roberto cosa faceva la domenica. “Niente”, “allora vieni nel mio programma, ti faccio fare il critico”. Quando arrivò gli dissi “tu, come tutti i critici, sei andato a vedere La febbre del sabato sera, ma non ci hai capito niente e forse non l’hai neppure visto, arrampicati sugli specchi”. Lui cominciò a farlo, rispondendo in modo assurdo. Registrammo sette minuti, poi lui mi disse “ho capito, adesso registriamo”. “No, mandiamo questo che va benissimo” risposi. Abbiamo così messo su trentacinque critiche, tutte inventate, divertendoci moltissimo».

E Mario Marenco? «Ho detto “action!” a Scorsese, allora marito di Isabella Rossellini, ho lavorato con persone straordinarie ma desidero ricordare il mio amico Mario Marenco, che considero il capostipite di un certo tipo di umorismo dal quale tutti, ma proprio tutti, hanno attinto senza mai confessarlo. Mario, sollecitato da me e Boncompagni tirava fuori un umorismo surreale d’avanguardia. Personalmente lo trovo il più grande umorista italiano. Federico Fellini lo voleva per La città delle donne e cominciò a tallonarlo. Marenco mi telefonava chiedendomi “ma che vuole ’sto Fellini da me?”. Un giorno Federico mi chiama e mi dice che vuole fargli un provino, così risposi che sarebbe stato difficile farlo lavorare come attore perché è assolutamente irresponsabile. E la registrazione di quel provino è sul mio Channel. Federico, come prevedibile, con lui non la spuntò, così affidò la parte a Marcello Mastroianni, che ne fece un film bellissimo».

Mariangela Melato. «Giancarlo Giannini, che è stato più a lungo il suo partner, sostiene che è stata la più grande attrice italiana di tutti i tempi. Mariangela ha fatto di tutto, teatro, cinema, televisione. Film drammatici come Dimenticare Venezia, Todo Modo, La classe operaia va in Paradiso, Caro Michele, e film più leggeri come Saxophone, La poliziotta, e quelli di Lina Wertmüller. Con Mariangela ho avuto l’opportunità di conoscere tutti i grandi registi del cinema italiano che avevano per lei una stima incondizionata ed un grande affetto. Come anche però, tutti quelli che con lei non hanno lavorato. Mariangela è stata il grande amore della mia vita. La donna che dovevo sposare», risponde con le lacrime agli occhi mentre sullo schermo scorrono le immagini indimenticabili per lui e per tutti noi di Mariangela Melato.

Domenica è stata la volta del ciclone Benigni, qualcosa di veramente indimenticabile. Il suo incontro previsto per mercoledì 19, era stato spostato a domenica, quasi fuori tempo massimo, ma ha avuto più che valide scusanti, infatti ha esordito a modo suo con «Chiedo scusa per aver rimandato quest’incontro, ma se uno è invitato a cena da Obama non può dire di no. Sono andato con Nicoletta Braschi, Paolo Sorrentino, Bebe Vio. Noi italiani abbiamo fatto tutti la fila per entrare. Si è intrufolato anche Matteo Renzi. Alla Casa Bianca era tutto bianco, rosso e verde e c’era l’orto con il basilico. Mi aspettavo di vedere anche il presidente dipinto con i colori della nostra bandiera. Alla fine è venuto ad abbracciarmi, mi ha raccontato di aver visto molte volte Life is beautiful con le figlie. Mi imbarazza un po’ ma è stato tutto molto toccante, Obama è una persona straordinaria». Nel suo incontro, moderato da Antonio Monda, come al solito scorrono sullo schermo alcune scene dei suoi film, dando così la stura ai ricordi.

Ed ecco, in primis ovviamente Fellini che, nella sua ultima intervista prima di morire lo definì un “Pierino, un Giovannin senza paura, un Pinocchio”. «Come definirlo? – dice Roberto – lui è la natura, come parlare di un tramonto o di un albero. Per me è il più grande di tutti, capace di parlare di sé stesso e di raccontare tutti noi. Aveva la capacità di trasformare cose ordinarie in eventi stupefacenti.

«Antonioni era il suo opposto contrario e voleva che interpretassi San Francesco. Troisi portava con sé il senso tragico della vita, Non ci resta che piangere è nato dall’allegria e dalla volontà di lavorare insieme. Volevamo persino farne un seguito. Improvvisavamo moltissimo come la famosa lettera di Savonarola. Eravamo sgangherati, ridevamo come adolescenti, un film che rispecchiava questo rapporto d’amore. È stata una perdita immensa» e «Chaplin che invece aveva capito tutto prima degli altri». In più di un’ora e mezzo di appassionante racconto, Benigni cita spesso Nicoletta Braschi, «è stata una benedizione» ma non mai detto, nemmeno una volta mia moglie, chiamandola sempre con nome e cognome.

A proposito della denuncia per aver storpiato il nome di Wojtyla in “Wojtylaccio” Roberto confessa di essere stato condannato, «mi hanno dato un anno di galera con la condizionale ed un milione di ammenda. Poi però Wojtyla mi ha invitato in Vaticano, una cosa mai vista, voleva vedere La vita è bella. Con lui c’erano una quarantina di suore polacche bellissime, facevano un inchino che non ho mai visto, una specie di ola. Dopo la proiezione mi disse  che l’avevo fatto piangere e mi scrisse una lettera come quella che un padre può scrivere a un figlio».

Con Papa Francesco invece? «Una mattina alle otto mi ha telefonato dopo aver visto I dieci Comandamenti. Gli hanno detto che stavo dormendo, se per cortesia poteva richiamare. E lui richiamò». «Quando mi chiedono se sono cattolico, mi torna sempre in mente la risposta di Totti: “E che devo da esse?”. Mi sembra la più giusta. La verità è che credo fortissimamente in Dio, ma non so se c’è. Però, mi piace il senso del divino». Ed infine la voglia di tornare al cinema. «Dopo tutta questa tv in cui ho messo la mia popolarità per esprimere la poesia di un altro, ora sento il desiderio irreprimibile di fare una cosa di un’allegria sfrenata, ecco sto pensando proprio a questo per il mio prossimo film».

(Martedì 25 ottobre 2016)

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