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Usucapione e cespite, due paroloni per litigare

Usucapione e cespite, due paroloni per litigare

TORONTO Le liti per la spartizione del malloppo lasciato dal caro defunto sono comuni in tutto il mondo. Figli contro il padre, fratelli contro fratelli, zii contro nipoti e capita anche che la commare, o la badante, si facciano avanti per un pezzo della torta.

Chi muore giace e chi vive… non si dà pace. Il vecchio detto cala a fagiolo in questa vicenda tutta italica, complicata per una vendita immobiliare fatta a parole tra padre e figli, finita in tribunale per una situazione di “usucapione” e di “cespite”. Che sarebbero, direte voi, questi paroloni, che significano? Per spiegarvelo, debbo prima raccontare l’accaduto.

In una zona elegante di Roma sorge un palazzo che i nonni, una volta passati aldilà, lasciano in eredità a figli e nipoti. I dettagli della prima spartizione non sono chiari, ma davanti al giudice è stato accertato che lo stabile è di proprietà dei due nipoti, B. e S.T., grazie al 50% lasciato loro dai nonni, il 10% lo hanno avuto in dono dal padre, il resto acquistato dagli zii. La situazione sin qui è abbastanza chiara, lineare, familiare.

Il padre dei due figli, un cervellone che insegna all’Università della Sapienza, venti e passa anni or sono, paga di tasca sua la suddivisione del palazzo in tre appartamenti, in uno dei quali va ad abitare. Fin qui ci siamo, poi la faccenda si complica.

Per un ventennio tutti d’amore e d’accordo, le tre famiglie si dividono caviale e champagne visto che la grana non manca. La crisi del 2008 colpisce, ahimè, i due fratelli, ora costretti a pasteggiare con carciofi alla giudea e brindare con il bianco frizzante dei Castelli romani.

Non essendo abituati a tirare la cinghia, i due ex rampolli, ora cinquantini, danno lo sfratto al padre che risponde: “Io qui sto, e qui resto perchè ci abito da 20 anni, quindi è mio per usucapione come attesta l’articolo 1158 del codice civile italiano”. Ed eccolo, questo benedetto articolo 1158: Usucapione dei beni immobili e dei diritti reali immobiliari. La proprietà dei beni immobili e gli altri diritti reali di godimento sui beni medesimi si acquistano in virtù del possesso continuato per venti anni. Il genitore in quell’appartamento c’è stato oltre 20 anni, quindi ogni mattone, ogni infisso sarebbe suo.

I figli non ci stanno ed affidano la contromossa agli avvocati che denunciano: “Chiediamo al signor N.N. Di restituire l’appartamento visto che i figli non sono stati più in grado di assicurare al loro genitore la detenzione a titolo gratuito del cespite”. Cespite, stando al dizionario Treccani ha due significati: 1) insieme di foglie, rami, fiori cresciuti a forma di ciuffo dalla stessa radice. 2) fonte di reddito, risorsa.

Chiaramente il “cespite” in questione si riferisce alla fonte di reddito. I figli, in sostanza, hanno sostenuto che il padre ha occupato l’alloggio in forza di un contratto d’uso gratuito ad un certo punto scaduto. Il poco amoroso scontro in famiglia si è concluso con un colpo secco di martello, poi il giudice cazziava i figli e dava ragione al padre.

Sempre restando sul filone eredità, sentite cosa ha detto una sorella all’altra appena hanno sotterrato la madre. Questa la parte finale dello scambio velenoso e minaccioso. «Adesso che è finita mi devono dare i soldi, altrimenti li ammazzo, mi devo fare giustizia, devo avere tutto, devo prendermi il collier di mamma e le tazzine con il bordo d’oro. Avete portato la scorta, ma quando vi trovo soli faremo i conti, non vi devo consentire più di venire al cimitero tranquilli, sempre ti devo trovare da solo».

Che la donna volesse il collier di pietre preziose della mamma morta ci poteva pure stare. Ma quanto possono valere le tazzine con il bordo d’oro? Ah, l’ingordigia umana non ha limiti.

**Gary campa bene in prigione Per finire, ricordate Gary? Il grillo finito nell’insalata delle mie nipotine è vivo e vegeto dopo quasi tre settimane di prigionia nel vasetto della salsa. Le bambine vorrebbero concedergli almeno un’ora d’aria, come quella concessa ai carcerati. Ma la madre da quell’orecchio non ci sente.

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