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Tempo da lupi, tempo da Centerbe

Tempo da lupi, tempo da Centerbe

Tempo da lupi, tempo da Centerbe

TORONTO – Ha fatto freschetto, non vi pare? C’è chi è del parere che, dopo tanti anni accà, quì, un animale umano dovrebbe averci fatto il callo al sottozero. Chiacchiere e tabacchiere di legno neanche il Banco di Napoli le impegna, dicevano una volta.

Io personalmente di persona al below zero mi ci sono abituato una mazza, per niente, tanto per essere chiari. In casa ho fatto alzare di un paio di gradi il termocoso che erutta calore dalle bocchette. Sul letto, di questi tempi, c’è una coperta in più, o due. In cucina, fanno coppia la Mokae una bottiglia di Centerbe.

Il tircibudella abruzzese è normalmente nascosto, dietro liquori più nobili. Ma quando il sottozero esagera, la bottiglia verde torna in primo piano, pronta all’uso.

La Centerbe fu inventata, lo giuro, da monaci abruzzesi che facevano la cerca, anche d’inverno, a coccia scoperta e piedi scalzi. La testa era particolarmente esposta alle intemperie perchè i fraticelli avevano la possibilità di usare il cordone, ma non il cappuccio. La zucca, inoltre, era vulnerabile attraverso la chierica.

I lupi con il pelo bianco e con due gambe, o tre se usano il bastone, ricorderanno che una volta monaci e preti avevano una specie di cento lire (quelle di metallo usate fino alla comparsa dell’Euro) piazzata al centro del cranio. Cosa volesse rappresentare la chierica non ricordo, ma non deve essere stata un qualcosa di veramente importante visto che da anni, ormai, le teste dei prelati sono senza rasature circolari e particolari.

I monaci avevano anche i piedi nudi, scalzi dentro i sandali e, diciamoci la verità, non è che il saio fosse adatto alle intemperie. La necessità aguzza l’ingegno, si dice. Ed allora da cento delle erbe più predisposte all’alcolismo nasce il liquido di 70 gradi, la Centerbe. Con un bicchierino del quale, i frati che cercano oferte ed elemosine, potevano scarpinare allegramente per i tratturi della Maiella, con due scalare il Gran Sasso diventata una passeggiata.

Insomma, anche da queste parti, con questi chiari di luna, la Centerbe funziona e il below zero è sopportabile. Fuori, hazzo, è un’altra cosa. All’aria aperta il naso si trasforma in un peperoncino, le estremità avrebbero fatto intonare a Lucianone Pavarotti la famosa “gelida manina”.

Spalare il vialetto è come invitare l’infarto, la neve pesa un accidenti ed il freddo ci mette un carico da undici. Risvegliare il ciuccio con il motore comporta altre santiate. Perchè il fiato è una nuvola che annebbia le lenti trasformando l’abitacolo dove non vedi un tubo. Poi, piano piano, l’ambiente si riscaldo, gli occhiali si schiariscono, il mondo diventa visibile e quasi abitabile. Abitabile del tutto sarà tra poco, spero. Altrimenti dovrò procurarmi un’altra bottiglia del torcibudella verde.

* Liquore Centerbe inventato a Tocco Casuaria

Si tratta di un liquore dalle alte gradazioni alcoliche (70°) ricavato dalla infusione di erbe mediche (cento erbe). Inventato dal farmacista Beniamino Toro, abruzzese di Tocco da Casauria, prima utilizzato come medicamento contro la peste venne poi bevuto come liquore.

Il nome Centerbe, con le varianti Centerba e Cianterba, deriva da cento erbe in riferimento ai cento tipi di piante che sarebbero utilizzate nella preparazione tradizionale.

Si riferirebbe, originariamente, ad una bevanda alcolica prodotta – a partire dal XIII secolo fino al XVII secolo – all’abbazia di San Clemente a Casauria.

Il liquore divenne particolarmente noto in tutto l’Abruzzo durante il dominio della famiglia aquilana dei Branconio che, successivamente lo esportarono anche a Roma.

Il liquore raggiunge, ma può anche superare, la gradazione alcolica di 70% vol. ; viene sovente utilizzato anche come “correttivo”al caffè e in pasticceria.