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Si risolva prima per i lavoratori senza documenti

Si risolva prima per i lavoratori senza documenti

TORONTO – La politica del Canada sull’Immigrazione è stata tradizionalmente basata sul presupposto che sia giustificabile (cioe’, che valga la pena) solo se gli immigranti possano contribuire alla crescita economica del paese. 
La risposta mai esternata alle domande del sondaggio che misurano il livello della consapevolezza pubblica e sostegno all’immigrazione è pressappoco sempre parafrasata con: “se non ci costa nulla, o se i benefici sono superiori ai costi (comunque essi siano valutati) allora va bene”.
Dalle ultime cifre del PIL pro capite, e considerato che l’attuale governo ha in progetto di accogliere in media 333 mila persone all’anno, questa ipotesi suggerisce che i responsabili delle politiche hanno calcolato nel loro piano sull’immigrazione, come risultato potenzialmente netto, un’attività economica di circa 18 milardi di dollari l’anno.
Questa cifra esclude i costi di reclutamento, dell’elaborazione delle domande e del processo di integrazione. Ed in aggiunta anche il costo dell’accoglienza e dell’inserimento dei Rifugiati.
A proposito, l’anno scorso, il governo non è riuscito ad inserire, nel suo gran progetto, la possibilità di concedere la Residenza Permanente a poco più di 1,030 immigranti dall’Italia, lo 0.035% dei 286 mila permessi complessivi. Tanto che, l’Italia è  al 52esimo posto tra i paesi d’origine degli immigrati, appena sopra il Portogallo, la Polonia e la Grecia.
L’imminente data della Brexit per l’Inghilterra e le condizioni per una separazione, potrebbero portare ad un’ “uscita forzata” di quei soggetti sotto la sovranità della Regina. I negoziati sono ancora in corso. Se “falliscono”, il ministro Hussen potrebbe voler espandere il modello che sta applicando ai “rifugiati mancati” attualmente detenuti nei campi israeliani e reclutare in Canada coloro che saranno presto “ex immigrati britannici”. 
Nel frattempo, la crifra di emigrazione volontaria da parte di una “giovane coorte” di italiani preparati e/o qualificati che lascia il proprio paese si attesta a 100 mila all’anno. Ma non sono diretti in Canada.
Come evidenziato da questo giornale per ben quattro anni, pare non siano benaccetti in Canada. Negli ultimi dieci anni, 250 mila di loro sono andati a Londra. Migrantes, in uno studio di ricerca annuale che si occupa dei movimenti demografici, ha riportato che più di una metà avrebbe preferito il Canada (dove troverebbe già un sistema di supporto esistente), ma non è stato in grado di superare un esame sulla lingua inglese e il processo di domanda è quanto mai lento.
Scusate la digressione sarcastica, ma, forse i responsabili per le politiche hanno reso istituzionale il “Fattore Menon”. Per descriverlo in breve, la credenza che gli emigranti italiani siano tutti affetti di ciò che il colonnista del Toronto Star e già esperto di scienze sociali, , ha definito “piaga siciliana”, a voler intendere con una strizzatina d’occhio, la “predisposizione alla criminalità”.
Tuttavia gruppi provenienti dalle quattro nazioni sopra citate, ed altri, trovano il loro modo di entrare in Canada, alla ricerca di lavoro per sé e i loro cari. Attraverso una rete informale di amici e datori di lavori disposti ad aggirare le “regole” per l’assunzione in modo da mantenere attive le loro imprese, questi uomini e donne trovano lavoro, avviano attività in proprio, pagano le tasse e non danno fastidio a nessuno. L’ex ministro per l’Immigrazione, John McCallum e il suo ufficio avevano stimato ad un milione, il numero di queste persone già nel paese. 
Se accurato, significa che il PIL canadese è sottostimato di circa 54 miliardi di dollari l’anno. E quel milione di residenti sono “senza uno status” – allieni illegali – anche se producono, contribuiscono e sono già integrati.
The Undocumented Workers Committee (UWC), una lobby guidata da datori di lavori, ex burocrati e attivisti sociali, hanno fatto pressione su McCallum per la risoluzione del problema. 
Esercitando la sua “discrezione ministeriale”, senza dover attendere i processi legislativi estenuanti, McCallum aveva deciso di rimediare al problema assillante dei lavoratori senza documenti (con visti scaduti), abolendo il margine di quattro anni secondo il quale i lavoratori temporanei potessero rimanere in Canada.
Servendosi di un Comitato parlamentare per  l’Immigrazione, aveva incoraggiato la promozione di un “progetto pilota”, per agevolare la permanenza in Canada per quei lavoratori con visti scaduti che già si trovavano nel paese. Forse doveva essere meno riluttante.
La legge sull’immigrazione (IRPA) concede al ministro l’autorità di “accordare uno status” grazie ad una varietà di programmi esistenti o  “previsti” all’interno del paese, facendo domanda dall’ “interno del Canada”. Sfortunatamente McCallum aveva scelto l’approccio più lento e incerto. Il suo successore, il ministro Ahmed Hussen, per ragioni che solo lui conosce, ha preferito voltare le spalle ai “piloti” di McCallum. Ponendo i suoi colleghi di caucus alla deriva e forzandoli a negare l’esistenza di progetti e programmi sia loro che il ministro Hussen cercavano, fino a poco fa, di essere convincenti, rinnegando effettivamente i “piccoli passi” compiuti da McCallum.
L’UWC, presieduto da Manuel Alexandre, dimostrando una maggiore consapevolezza delle obbligazioni democratiche verso la collettività che i suoi rappresentanti eletti, non demordono. 
E nè dovrebbero. 
Hanno cercato di “superare i limiti”, con due diverse amministrazioni politiche. Non credo che ora si lasceranno “abbattere dalla diffamazione” da parte di  parlamentari che hanno bisogno di “mostrare gli attributi” se vogliono avere un impatto sullo sviluppo di questo paese.
L’UWC dal canto suo è già ben messo.
 
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