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Pietro, Assunta e Kobe: tre morti eccellenti

Pietro, Assunta e Kobe: tre morti eccellenti

Pietro, Assunta e Kobe: tre morti eccellenti

In questi giorni non mi va di sorridere. Niente battute, quindi. Per una volta restiamo tristi, perchè la morte è una cosa seria.

In pochi giorni se ne sono andati Pietro, Assunta e Kobe.

Pietro di cognome faceva Anastasi, una trentina di anni or sono venne a Toronto per una partita tra vecchie glorie. Era simpatico, alla mano, non si dava arie.

Quando conobbe il compianto Gabriele Pedano, per un attimo restò sbalordito perchè il famoso cameriere tifoso doc juventino si presentò dicendo: “Mi chiamano l’Anastasi di Toronto”. Pietro per un attimo restò interdetto, poi abbracciò Gabriele e gli parlò a lungo in dialetto siciliano.

Del bomber nato a Catania nel 1948 e morto a Varese nel 2020 qualcuno disse: “Pietro Anastasi finì per essere il simbolo vivente di un’intera classe sociale: quella di chi lasciava a malincuore il Meridione per andare a guadagnarsi da vivere nelle fabbriche del Nord”.

A stroncare Anastasi è stata la Sla: la Sclerosi Laterale Amiotrofica, conosciuta anche come morbo di Lou Gehrig, è una malattia neuro-degenerativa.

Stefano Borgonovo, ex della Fiorentina e della Nazionale deceduto per quella patologia, la chiamava “la stronza”.

Molti atleti sono morti per la Sla, facendo sorgere il sospetto che ci fosse qualche relazione tra le sostanze prescritte dai medici dei club e la malattia.

Assunta era mia suocera. Era una suocera atipica perchè non ha “mai messo il dito tra moglie e marito”. Ci ha lasciato vivere la nostra vita senza interferire. Sempre presente nel dare una mano, o due, nel crescere i nipoti ai quali ha trasmesso la sua fede nel Signore, nei santi tutti, in particolare Sant’Antonio. Fu lei a dire che quando smarrivamo qualcosa bisognava pregare il Santo di Padova per ritrovare il perduto. In più di una occasione le preghiere sono state esaudite.

Un altro lascito di Assunta è l’arte di fare la pasta a mano. Tagliatelle, gnocchi e scigliatielli erano le sue specialità. Gli “scigliatelli” sono una specie di bucatini senza buchi, più piccoli degli ziti, ma arrotolati non in modo uniforme. Hanno imparato il “mestiere” un paio di nipoti maschi che, strano ma vero, hanno appreso come fare la salsa di pomodoro, le soppressate, le salsicce e le zeppole.

Kobe Bryant è morto per la fretta, una malattia moderna. Oggigiorno, infatti, per risparmiare tempo tutti corrono. A piedi, in auto, in bicicletta. Chi se lo può permettere corre anche in elicottero, trappole volanti che a volte cadono. Se avesse avuto meno fretta, oggi Kobe, la figlia e gli altri sventurati periti nel rogo, sarebbero ancora vivi. O forse no, chi crede nel destino filosofeggia: era scritto.

Kobe apprezzava l’Italia che conosceva per averci vissuto dai 6 ai 13 anni. Lo sfortunato campione di basket non perdeva occasione per parlare bene del Bel Paese evidenziando gli aspetti positivi e tralasciando quelli negativi. Kobe era un vero amico dell’Italia.

Sarà ricordato anche per questo.